VILNIUS
Il variegato tessuto multietnico
si rispecchia nei suoi nomi,
Wilno in polacco,Vil’nia in bielorusso,
in ebraico Vilne, per i russi Vil’na.
ERIKA FATLAND 2019, LA FRONTIERA
NEKROSIUS PEDICURE
Voglio andare a Vilnius dal 2000, quando Cristina mi portò al Piccolo Arsenale a vedere Progetto Otello (4 ore in lituano): il regista Eimuntas Nekrosius è lituano e la sua Compagnia teatrale Meno Fortas, ha sede in Bernardinu g.8. In questi 25 anni, sono stata a Tallin (girolo Tallin) e a Riga (girolo Riga), Nekrosius è morto (2018). Stavo organizzando il viaggio a Vilnius, quando è scoppiata la Pandemia (2020) e così, eccomi, solo adesso (2025), nella capitale Lituana. Di Otello, se volete, leggete la e-zine ateatro.it, che reca ancora il mio resoconto ammaliato; di Vilnius vi racconto qui. Sarei ingiusta, rispetto a Riga e a Tallin, sentenziando che Vilnius è la più bella: ma, sì, mi è piaciuta oltre ogni attesa, anche se la sede di Meno Fortas è sempre chiusa e lo spettacolo musicale dedicato ad Eimuntas è a luglio, e non lo vedrò. La città è comunque piena di teatri: il Nacionalinis con le tre Muse nere e oro di Kuzma, quello della Gioventù, quello Lèlè delle marionette (dove fanno Rodari, Girolo Orta). All’Opera Nazionale, i posti per l’Aida sono tutti esauriti per ogni replica della settimana, acci.
Così finisce che la sera crollo sul letto del grazioso appartamento in Pilies 19 e mi sorbisco film in lingua originale con un doppiaggio sconcertante: una voce sovrapposta racconta in lituano quello che succede, di modo che, anche se mi sforzassi con l’inglese, non coglierei le voci degli attori sotto quella narrante! Poi, fino alle 3 del mattino, sento suonare giovani volonterosi, giù in Pilies, che è un vero centro di vita notturna a due passi dalla Cattedrale e dal Palazzo (ricostruito) dei Duchi di Lituania. Non so se preferire la violinista in erba, il saxofonista che conosce 2 pezzi o il piccolo emulo di Garfunkel, senza Simon. Per il resto, l’appartamento è perfetto, comodo per tutte le attrazioni segnalate dalla Lonely, a pochi passi dalla bellissima Università gesuitica con 12 cortili barocchi, dal Ghetto, dalle eleganti vie Vilniaus, Didzioji, Gedymino; non lontana dalla Porta dell’Alba (pellegrinaggio dei devoti all’Icona della Madonna), né dal nuovo Museo MO di Libeskind, dalla tardo gotica sant’Anna e nemmeno da Uzupis. Appena esco dal portone, in fondo a sinistra, si staglia la Torre di Gedimino, quel che resta della fortezza sulla collina: una delle tante che circondano Vilnius, sulle quali indovino un convento (barocco) e un cimitero rurale, andando in aeroporto. La capitale è una macchia barocca, abbracciata da macchie verdi.
ALLA SCOPERTA DI:
BAROQUE
Non sono i singoli monumenti, l’attrazione di Vilnius. È il suo complesso, piuttosto esteso, nella parte definita Vecchia: UNESCO, l’ha iscritta come più grande centro barocco nel mondo; voi continuate a camminare, anche chilometri, e c’è sempre una nuova chiesa che vi appare, più o meno riforbita (molte lo sono), più o meno bella ed originale, con la propria piazza o scalinata, il cortile quasi chiostro, il parco fiorito, la torre campanaria col tetto a cipolla. Vilnius è impensabile, finché non la vedete: sembra che siano stati assemblati diversi “borghi barocchi”, presi in giro in giro nell’Europa centrale e fino in Slovenia, Boemia, Moravia, Russia. Penso (come già in Polonia) che se la Russia entrasse nell’Unione Europea, potremmo trovare un nuovo equilibrio: l’arte e l’architettura aiuterebbero. A Vilnius continuo a trovarmi in scenari cittadini che richiamano scenari simili altrove e non posso usare la Nikon ma solo il grandangolo del Motorola. Continuità nell’impronta, penso a questo. Molte strade centrali sono liberate dal traffico, si passano in serie portoni che lasciano intravedere cortili, o grandi corti interne, dove si affacciano balconi, da 4 o cinque piani di appartamenti vagamente sovietici (anni quaranta?), mai orribili. Quasi ovunque e comunque ci sono fiori: roseti come in Bulgaria (Girolo Istanbul); iris viola, gialli e siberiani, fiori d’aglio giganteschi, aiole di mughetti (Girolo Lavatoio Mon Amour 3), peonie ancora chiuse e fiori di sambuco già maturi per le frittelle (Girolo Strassoldo). La definizione “barocco da scatola di cioccolatini”, della Guida Lonely, è troppo leziosa: Vilnius è il tinello della zia, un luogo arredato con cura, ma senza carta stagnola. Non è Salisburgo, per capirci, e nemmeno Oberammergau (giroli): anche i ferri battuti, le insegne, le pitture sui muri sono contegnose. Il divieto di sosta ha una grafica così amichevole che pare si scusi, se dovranno portar via la vostra auto col carro-attrezzi. Il gatto che vi invita a bere senza moderazione è una delizia; l’omino con la lanterna che vi guida; l’Angelo di Uzupis e altri personaggi da Teatro Lele: c’è qualcosa di infantile e fantastico che aleggia, Vilnius più di Tallin mi sembra assorbire dal Nord Europa. Sembrano una fiaba anche le babuske che accudiscono le aiuole, piantano le begonie con metodo “collettivo” e diserbano i ciottoli come usassero il cotton fioc su dei neonati. Nelle chiese barocche, nulla di speciale (direi che sono povere, se questo non bisticciasse col barocco), qualche Madonna che ride, vescovi bianchi e angeli guerrieri di legno, che paiono contadini con ali d’oro. Nelle chiese ortodosse le solite preghiere ad alta voce, rigorosamente maschie, dietro iconostasi verde malachite, senza preziosità di icone. Le donne, al contrario di Odessa, portano tutte scarpe a tacco bassissimo, maschili oppure “da ginnastica”. Durante il rito, sanno i momenti in cui segnarsi, prima le spalle poi la fronte e il cuore, con un inchino della testa di asciutta devozione. Sono rimasta a guardarle perché mi trasmettevano qualcosa.
PEONIE COME A PARIGI
Sembra ci sia ricchezza in giro: tantissimi locali sempre affollati, la generazione dei trentenni non ha mai visto il comunismo, beve aperol spritz come non ci fosse domani, pagandoli solo con la carta di credito e carissimi. In Vilniaus, domenica mattina, potremmo essere in un viale di Parigi, la cafeteria Pinavija, peonia serve quiche lorraine, di fronte alla boutique di Omega. Uno skinhead tatuatissimo e l’amico col cappellino dei NYY visiera all’indietro, sorbiscono il Lavazza da tazzine color pastello, parlando su skype coi figli. Non ho mangiato bene, a Vilnius, se non cose elementari come le crepes (blyneliai) o gli zeppelin di patate (cepelinai), serviti, tutte/i con la panna acida. Sotto il mio appartamento, mi faccio adottare da una babushka con i guanti chirurgici che spalma i blyneliai sulla piastra: potrebbe stare sulla scena di Nekrosius. La vita urbana ferve, soprattutto nei locali; sembra che ci siano anche turisti: molti gruppi si aggirano dietro le guide, nei luoghi deputati, si sente parlare spagnolo, molto polacco e stranamente giapponese. Troppi visitatori nella via Literaty, una stradina pedonale vicino a Pilies: nell’anno di Capitale Europea della Cultura (2009) hanno cementato targhe sui muri bassi delle case, ma insomma. Mi dicono di più la targa di Stefania Ladigiene su una casa qualunque o quella di Zemaite Zymantiene su una delle pochissime case di legno che sono sopravvissute in centro.
KONSTITUCIJA UZUPIS
Fuori dal centro, ho seguito le indicazioni per la Republika di Uzupis, oltre il fiume Vilnia: un quartiere emblematico, già ghetto e poi rifugio di diseredati e antisovietici; dopo l’indipendenza si sono dati una propria costituzione tradotta in varie lingue, oggi appesa al muro di Paupio gatve.
- Tutti hanno il diritto all’acqua calda,
al riscaldamento d’inverno e a un tetto.
- Il cane ha il diritto di essere un cane.
- Tutti hanno il diritto di essere felici.
- Nessuno ha il diritto di usare violenza.
COSTITUZIONE REPUBBLICA DI UZUPIS, 1997
Pare che oggi sia abitata da artisti e giovani alternativi, ma forse bisogna andarci la sera, non avessi promesso a Stefano di essere prudente in eccesso. Di mattina, vedo solo un murales, dei cappellini colorati, un porcellino in ferro con le ruote, forse ispirato da Bosch ed un Cafè 1 “penalizzato dall’aspetto”, come il divano di Pane e Tulipani. All’interno, una babushka bohemienne prepara ottimo caffè e c’è via vai di autoctoni dall’aspetto molto normale. L’altro quartiere che mi spingo a visitare è quello di Zverynas, oltre la Neris: la guida promette 100 vecchie case in legno, ma io in qualche chilometro a piedi ne ho viste meno di 20 e nessuna eccezionale (meglio quelle di Riga). Però, ho camminato in un pezzetto di città non turistica, moderna senza degrado periferico e con la stessa “voglia di vita”, quasi ricca (sono passati 35 anni dalla fine dell’URSS). Lo champagne è considerato dai Lituani un upgrading: ci sono locali appositi che ne fanno la cifra dell’aperitivo; spesso abbinato al sushi, altra icona di benessere. In Vytauto g. mi fermo ad un bar con piccolo giardino, lungo una strada di transito: involtini croccanti ai gamberi e Philipponat freddo il giusto; conto salato, ma ci sta. Ho cenato da Katpèdèlè (catena lituana più che decente), scartando soltanto le fette di lardo che sembravano cuoio sbiancato; il pane di Plusone in Mikolo g. sotto casa, superava di gran lunga le pietanze vegan style. Da Locky ho lasciato il ripieno dello zeppelin (pesto di porco) e una dadolata di porco, traslucida e plastica, come ambra del Baltico. Alla fine non ho saputo resistere ad un pendente di ambra a punta di lancia; altri acquisti, a parte cose per turisti (lavori in legno e lino), sono difficili anche al Mercato Hales Turges in Pylimo g. verso la città Nuova. Andarci mi ha messa di fronte, senza volerlo, ad uno dei lavori di street art raccomandati dalle Guide locali (che potete scaricare da govilnius.lt); ne ho incontrati altri due o tre, nei vicoli della città Vecchia, ma non direi che rappresentino un tratto distintivo: più caratteristici alcuni lacerti medioevali su pareti intonacate di fresco, altra memoria discreta del passato. Scrivendo queste righe, riscopro il piacere della Girolona: ripercorrere companizando, cioè a bricioline, per far durare il viaggio nel tempo, gustare anche quello che hai colto solo al volo (benedette le fotografie). È così che ritrovo perfino l’artista del MO che mi è tanto piaciuta, la svizzera Caroline Tapernoux, da raccomandare.
