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VENEZIA? MA TI FA DAVERO?! 

Qualunque idea, anche stupida, nel nome di Venezia ha successo: così dice Marco Paolini, nel suo Milione (imperdibile!). Mi son detta, perché non garantire alla Girolona un po’ di successo: in fondo ho abitato  a Venezia 14 anni, ci ho lavorato per 37, ho sposato un nativo, veneziano da almeno 3 generazioni. Qualche Girolo nella città imperdibile posso ben proporlo, senza nessuna pretesa di essere originale o alternativa, ma con qualche ispirazione personale. Comincio con una passeggiata quasi circolare, un vero Girolo, che parte ed arriva a Piazzale Roma, dove moltissimi visitatori approdano “in isola” venendo dal resto del mondo, con l’auto o il bus e se arrivano col treno, grazie al Ponte di Calatrava, il 4° ponte sul Canal Grande (Accademia, Rialto, Stazione), raggiungono subito Piazzale Roma e viceversa. Il Piazzale, non è mai considerato un posto da vedere, ma da non guardare, ché è meglio: per ciò gli dedico un pezzo di Girolo.  

Ponte della Costituzione - Calatrava

Ma ti fa davero?! È un modo veneziano di manifestare incredulità o sconcerto: è legittimo che si provino tali sentimenti dato che su Venezia sono state scritte lagune di guide e itinerari alternativi,  ispirati a romanzi, dipinti, ricette, qualunque cosa. Ma davvero voglio cimentarmi con giroli veneziani? Col rischio di cadere nel banalissimo o nel finto alternativo de la mia Venezia, la Venezia sconosciuta, segreta o autentica?! Sì, faccio davvero, perché quando ci girolo, non solo scopro cose nuove o la vedo diversa, ma la trovo proprio imperdibile, nonostante sia famosissima ed invasa. Anche se ripasso dove sono stata cento volte e anche se vado nei luoghi deputati delle Masse Mordi e Fuggi: le quali, va detto, non sono poi così bovine come ci fa comodo descriverle e vanno dove proprio si deve andare, comunque e assolutamente. A cominciare da Piazza San Marco, che in questo primo Girolo vedremo appena. Ma torneremo: faccio davvero.

ALLA SCOPERTA DI:

GONDOLE E SQUERI, TRABACCOLI E SERRE

Inizio il Girolo con il picco della banalità: siamo a Venezia, ecco le Gondole. Quelle barche speciali, che ci sono solo qui, si conducono remando in modo più che speciale (ve lo spiega Paolini, nel Milione) e si costruiscono con mille segreti artigiani, utilizzando gli appositi cantieri denominati squeri. Uno dei pochi rimasti (5 in tutto), quasi com’era nel Seicento (chissà com’era, per davvero!) è a San Trovaso, dove si arriva da Piazzale Roma, camminando una ventina di minuti, attraverso i Campi Santa Margherita e San Barnaba, la zona della Toletta, il Ponte delle Maravegie. 

Dopo lo squero, vi affacciate al Canale della Giudecca che, insieme al Canal Grande, è uno dei boulevard d’acqua di Venezia, una gran passeggiata su due lungofiume, le Fondamenta delle Zattere e quelle della Giudecca, reciprocamente mirando le quinte  di case, palazzi, magazzini, facciate e cupole di Chiese.

La Fondamenta che percorriamo, passando diversi ponti, fino alla Punta della Dogana sono conosciute come Le Zattere, perché vi approdavano queste rudimentali imbarcazioni, trasportando legname. Sull’acqua del Canale sono rimaste le strutture di attracco e scarico, diventate nel tempo terrazze per ristoranti, gelaterie e caffè. Una viene utilizzata dalla Canottieri Bucintoro, con la gru per muovere le barche a remi. Per davvero le Fondamenta sono 4: Pontelongo, Gesuati, Incurabili e Saloni (o Spirito Santo?):, ma si fa prima a dire Zattere. Per i veneziani, sono l’alternativa alla Spiaggia del Lido, secondo le stagioni e gli orari: di giorno alle Zattere si prende il sole, si legge, si chiacchiera, si beve, si pranza, si fa ginnastica o voga; di notte ci si va con gli amorosi/e e si flirta davvero. O, almeno, così accadeva quando ci studiavo, negli anni Settanta; nulla so dei riti di oggi. Durante il periodo virale che stiamo vivendo, si cammina, a debita distanza e mascherati, i bar sono chiusi “serai da note”, i turisti assenti. Nell’edificio della Dogana da Mar, dal 2009 c’è uno spazio espositivo magnifico (mostre a rotazione) voluto da Pinault, il magnate francese della Moda, collezionista d’arte;  il restauro è di Tadao Ando.  La Punta si protende come la prua di una nave sul bacino San Marco, santuario del turismo mondiale. Da lì si vede, in Giudecca la Basilica di Palladio, poi l’Isola di San Giorgio Maggiore (sede di Fondazione Cini, con spazi espositivi, Biblioteca, Chiostro, darsena, Ristorante e Auditorium Squero), l’Isola di San Servolo (ex Ospedale dei Matti ora Università Internazionale VIU); in fondo si vede  il lido di Lido che separa la Laguna dall’Adriatico. Dalla parte opposta alla Giudecca,  i Giardini della Biennale, la Riva dei 7 Martiri e poi degli Schiavoni (gli Slavi della Dalmazia) e il cuore del cuore del turismo del mondo, la Piazza San Marco (in verità la Piazzetta), Palazzo Ducale e Campanile. 

Oggi li vedo sullo sfondo di una bellissima imbarcazione, ancorata alla Punta: il trabaccolo Nuovo Trionfo, con i suoi alberi restauratissimi. Ricordo che c’è stato un veliero britannico, ancorato lì presso, 30 anni fa. Leggo nel sito che è stato recuperato grazie ad un progetto Europeo e ad una specie di crow-founding: a bordo si organizzavano eventi ed aperitivi fino a prima della Clausura. Se andate nel sito ilnuovotrionfo.org  potete sapere tutto e vedere anche dei bei filmati sulle sue traversate in Adriatico. È del 1926, proviene dai Cantieri di Cattolica ed è stato restaurato ai Cantieri Toffolo di Venezia. Se ne occupa la Compagnia della Marineria Tradizionale, una delle associazioni che, come le Remiere, tiene viva la pratica dell’andar per mare. È bello vedere i Giardinetti reali di San Marco, come se fossero trasportati dal trabaccolo: una barca da lavoro. È una immagine marinara di Venezia, non così scontata. Da qualche anno tali Giardinetti affacciati al Bacino San Marco (dove inizia e finisce il Canal Grande) e retrostanti gli edifici noti come Procuratie Nuove (il cui lato A si affaccia alla Piazza San Marco), sono stati restaurati con grandissima cura su progetto di Pejirone da Venice Gardens Foundation, presieduta da Adele Re Rebaudengo. Finita la prima Clausura, del 2020, ho partecipato ad una  riunione dentro la Serra restaurata e di passeggiare nei viali, prendere un tè nella Coffee House ottocentesca di Lorenzo Santi. Un bellissimo compendio, che per troppi anni era mangiato dal Degrado, proprio lì nel cuore del cuore: restituito ai veneziani, secondo il desiderio della Fondazione e, diciamolo, grazie alla Clausura che ha escluso ogni rischio di bivacco turistico. C’è un’altra, diversa, Serra detta Margherita, dentro i Giardini di via Garibaldi a Castello (vicina alla Biennale). Prima di lasciare La Dogana da Mar e la Basilica della Salute, voglio dirvi di entrare alla Pinacoteca Manfrediniana (misconosciuta): bella collezione, dove passava temporaneamente un Tombamento del Cristo attribuito a Tiziano: una specie di “matrice” del ‘500, tenuta in bottega, per eventuali copie (pare siano 5 spedite dall’artista ai committenti, via mare). Il suo cielo improbabile, pistacchio e pesca, mi ha ispirata. Voglio segnalarvi il contrasto tra la splendida Meringata della Salute, barocco severo di Baldassarre Longhena (architetto di Ca’ Pesaro e Ca’ Rezzonico) ed il Pan di Spezie della Abbazia di San Gregorio, austero gotico bizantino, le cui absidi si rivolgono alla Meringata. A Venezia c’è una ricetta artistica per ogni gusto.

RIFLESSI IN ACQUA, VETRI, PERLE

Esageriamo con i luoghi comuni e godiamoci la Città riflessa nei suoi canali e citiamo Josif Brodsky dissidente russo e premio Nobel, che ha scritto Fondamenta agli Incurabili: “l’anarchia dell’acqua che disdegna la nozione di forma”. Si potrebbe passare un giorno intero a cercare questa riflessione nell’acqua e a giocare con gli effetti che produce, esse stesse forme ma mai ferme. Stando attenti a non caderci dentro e con l’ausilio degli obiettivi fotografici, si possono trovare visioni di Venezia veramente affascinanti: per intrico, colori e movimento. La seta moire e il caleidoscopio, mi vengono in mente e so che è banale. Naturalmente sono tantissimi/e  fotografi/e che si sono esibiti artisticamente e non mancano pitture famose. Nel mio piccolo, mi diverto ancora a guardarla così, rovesciata e mossa. Quante volte avete riascoltato un pezzo musicale che amate? Così sono i riflessi di Venezia nell’acqua, li conoscete a memoria ma è un piacere che si rinnova. Mi è capitato di fotografare variazioni di un bucato steso, in fondo a Via Garibaldi.

Godiamoci la Città riflessa nei suoi canali

Lasciando le Zattere, attraverso calli zigzaganti e sotoporteghi, oppure con il largo e diretto rio terà dei Saloni o dei Catecumeni (rio interrato), ci si addentra nella zona degli expatriates inglesi ed americani a Venezia: dalla Chiesa della Salute, attraverso San Vio, fino all’Accademia. Qualcuno l’ha chiamata Museum Mile, perché, di seguito si trovano la Fondazione Peggy Guggenheim (imperdibile), la Galleria Cini (imperdibile), le Gallerie dell’Accademia (imperdibili). Di conseguenza è un percorso ricco di belle botteghe, antiquari, vetri, tessuti, gallerie d’arte. Segnalo a chi cerchi luoghi d’arte che alle Zattere, negli ex Magazzini del Sale detti Saloni, c’è lo Spazio Vedova, dedicato ad un grande pittore del Novecento: con la supervisione di Renzo Piano, è stato messo a punto uno speciale meccanismo espositivo per rendere godibili gli enormi teleri di Vedova, a rotazione. Tra i molti negozi interessanti della zona, tra Canale della Giudecca (Zattere) e Canal Grande (Accademia), potete trovare anche delle belle perle veneziane: attenti alle imitazioni, documentatevi e siate pronti a spendere, perché se sono autentiche costano. Per affetto segnalo tre siti in Piscina del Forner (altro spazio acqueo interrato): il Caffè Poggi (dal 1919), la Trattoria ai Cugnai (dal 1911) e il Bar da Gino, dove facevano un panino tostato con la salsa tartara da leccarsi i baffi. Vi dico una volta per tutte che a Venezia, spesso, il trattamento per i turisti è diverso da quello per i locali: è nell’ordine delle cose, istintivo, antropologico, inevitabile.

PIAZZALE ROMA

Il mio Girolo ha una accelerata: passata l’Accademia e il Ponte delle Maravegie, passo la Toletta (libreria), il Casin dei Nobili, il Campo San Barnaba e il Campo Santa Margherita. Sono di nuovo a Piazzale Roma e, vi stupirò, dedicando questa parte di girolo a questo disbrigo urbano.

Prima immagine: il ponte disegnato da Santiago Calatrava. Nel 2008, in Europa non c’era città che non avesse la sua opera dell’architetto-ingegnere spagnolo: è arrivata anche Venezia, che ha congiunto i due terminal automobilistico e ferroviario (Stazione di Santa Lucia), con un ponte. Si chiamerebbe Della Costituzione ma TUTTI lo chiamano Calatrava. A me piace (senza esagerare), anche se presso i Veneziani è stato oggetto di critiche illimitate: qualunque modifica di scenario, nella Città Teatro, produce bisbiglio in platea. Libertà di opinione totale, purché si riconosca che è di una comodità indiscutibile per la mobilità urbana. Dal vecchio ponticello di ferro che collega la Fondamenta opposta a quella della Stazione (sul Rio Novo), si vede bene Calatrava ed anche una seconda immagine Contemporanea della Città Antica: è il nuovo Hotel Santa Chiara, altra alta marea di polemiche, ai piedi del Ponte; alla sua destra, uno scorcio dell’Autorimessa Comunale, dell’Ingegner Miozzi (1933), quello del Palazzo del Cinema del Lido (La Biennale) e dello stesso Ponte della Stazione (che si usava prima di Calatrava).  A me questo scorcio di Contemporaneo, qui dove la Serenissima finisce, prima del Ponte Translagunare, piace. Ma ti fa davero?! Sì. Il Santa Chiara aveva fatto dipingere le coperture del cantiere ai ragazzi del Liceo Artistico.

Terza immagine: entrati in Piazzale Roma, si aggiunge alla Scena Contemporanea, l’edificio del nuovo Tribunale, detto Cittadella della Giustizia, che contrasta col proprio total black le curve della balena bianca di Miozzi. Mi piace l’effetto scenico e mi piace l’idea che la Cittadella recuperi la grande area dismessa della Manifattura Tabacchi. Confesso che faccio da decenni un sogno ricorrente in cui so che Venezia NON finisce a Piazzale Roma, ci sono altri suoi sestieri, non a tutti noti e non troppo frequentati, che si sviluppano oltre l’Autorimessa di Miozzi: non parlo di Mestre, ma di una seconda Venezia isola. È un sogno, non so se sia un desiderio. Nella realtà, se vi insinuate tra l’Autorimessa e il Tribunale, vi trovate a camminare sotto una rotaia pensile che vi stupisce: sembra una scenografia di Blade Runner e sopra ci corre un trenino denominato people mover: in pochi minuti vi porta alla grande isola parcheggio del Tronchetto, passando per la Stazione Marittima delle Crociere, prima fermata. Di Grandi Navi mi sono occupata per quasi 10 anni, tentando di spostarle dal Canal Grande, anche prima del Decreto Clini-Passera del 2012: non vi tedierò sul tema! Dirò solo che una possibile versione del mio sogno è quella che, andate le Grandi Navi a Marghera, la Marittima di Venezia e l’Isola Nuova del Tronchetto diventino il sestiere che non c’è, accessibile alle auto, con tanti nuovi abitanti. Ma ti fa davero?! Forse.

Finite le rotaie pensili, a sinistra c’è una bella Chiesa del ‘400 S.Andrea della Zirada (la svolta del canale) che ha all’interno un pregevole barco, l’oratorio pensile tipico delle chiese conventuali femminili; a destra la Fondamenta Santa Chiara vi riporta a Piazzale Roma. Di fronte a voi una Palazzina, magazzino Portuale n.241, nota come Ligabue, esempio di razionalismo italiano (architetto Cristofoli). Una seconda Chiesa Del Nome di Gesù, ottocentesca, di Gianantonio Selva. Poi la Fondamenta svolta, zira, e tornate a rivedere Calatrava. Quest’ultimo pezzo di zirolo, insospettabile e denso, vi offre un excursus di Secoli, stili, pregi, scenografie, contemporaneo ed antico, ‘400-’800-’900-2000, spirituale e funzionale, dissonanze, Contemporaneo internazionale e Degrado sornione. Altra malìa senza pari di Venezia.

Nella miglior Guida di Venezia, del 1926, riedita e ristampata fino al 1974, Giulio Lorenzetti, Venezia e il suo Estuario, Edizioni Lindt Trieste, non ci possono essere Calatrava, Piano, Tadao Ando, ma c’è Miozzi!. Me la sono regalata per la mia Laurea nel 1977, una bibbia imperdibile: se non avevi il Lorenzetti, in quegli anni, non eri nessuno. In quanto architetto, sento di dovervi segnalare Kusch e Gelhaar, Guida all’architettura. Venezia. Realizzazioni e Progetti dal 1950. DOM Publisher 2014. Mancano alcuni interventi ultimissimi, come Giardinetti Reali e Auditorium Squero, ma la Girolona ve li ha segnalati.