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PADRE ROS  

Un indiscusso protagonista dei giroli biellesi è il Massiccio del Monte Rosa. Il quale si vede molto meglio e con maggiore soddisfazione da lontano piuttosto che salendo ad Alagna o Gressoney La Trinité. Mi spiego meglio: se prendete le funivie e salite in quota, beh, allora è evidente che il Padre Ros si mostra nella propria estesa magnificenza, con i propri luoghi deputati (la Punta Indren o il Col d’Olen, per dire). MA. Per una gatta di piombo come me, quale migliore visione del Ros, comoda comodissima, facendo driving nella bassa (c’è anche una frazione che si chiama Pianorosa). Una visione maestosa si ha, per esempio, all’accesso dell’autostrada da Sesto Calende a Milano, per fortuna dovete rallentare un po’ anche se avete il Telepass. Visione appagante, poco meno maestosa, avete uscendo da Gattico, verso Borgomanero: un motivo per andare piano, così da neutralizzare i molti dispositivi di controllo automatico della velocità. Resta in ogni modo raccomandabile la visione, parziale ma stregata, quale si ha dal Bocchetto Margosio, sulla SP che dalla Valle Cervo sale a Bielmonte (Comune di Piatto), lo oltrepassa e scende verso Trivero Girolo Panoramica. Mi son fatta l’idea che i biellesi si sentano figli minori del Padre Ros: tendano a raggiungerlo “da ogni lato” (il Cervo, la Sessera), consapevoli che lo condividono con figli prediletti, l’Ayas, il Lys, la Sesia, L’Anza. Biellese di ritorno, ho girolato intorno al Padre Ros, come in un tardivo corteggiamento: e lui, giustamente, mi ha mortificata facendomi salire e salire, senza mai concedermi una visione piena. Va anche detto che, solitamente, il Padre Ros è soffuso di nuvole, come si addice agli dei: forse una visione nitida sarebbe accecante, per noi mortali.

ALLA SCOPERTA DI:

ALPE DI MERA 

Sono passati 3 anni dalla camminata sul Sentiero di Fra Dolcino, tra Bocchetta Margosio e Luvera, e per la prima volta nella vita, salgo all’Alpe di Mera, sopra Scopello, Valsesia. E’ un’altra sfumatura del Rosa. Il quale, anche qui, occhieggia gigante dietro una velatura di nubi: è tutto sereno, intorno, si vedono Castore e Polluce, verso il Biellese. MA, il Ros no: non si disvela, non fosse che le macchie nevose possono essere solo sue. Ormai, le Alpi biellesi e valsesiane non hanno neve neppure in inverno, figurarsi i nevai in agosto. Se c’è la neve, è il Rosa. Dal mio balcone di Corso Risorgimento, un corridoio dove la sera c’è SEMPRE brezza di monte, si vede una “V” tra due cime locali: col binocolo della Zia Fil, laggiù, emerge appena una curva nevosa, nitida e lucente, al mattino e alla sera; il resto del giorno uno sbuffo di nubi. E’ lui, che ammicca. La storia dell’Alpe di Mera è interessante: un industriale illuminato che vuole dare ai pascoli in quota un futuro sportivo. Siamo nel dopoguerra, fervono le intraprese, si prevede il benessere dopo la ricostruzione. Nel 2023, vigilia di ferragosto, c’è gente sì, a Mera; i ristoranti prenotati e i parcheggi pieni; qualcuno sale con la seggiovia da Scopello (che è una bolgia). La scenografia non mi delude come era successo ad Alagna, dove il Padre Ros puoi soltanto “percepirlo”, praticamente invisibile. Mi perdonerà l’elite (milanese?) che sale ad Alagna per le vacanze, che utilizza il sistema di risalita a me sconosciuto, e ascende in un paradiso che mio padre frequentava, salendoci da Gressoney la Trinitè (Valle d’Aosta). Le cronache famigliari narrano che mi portò sulle spalle, bimba di 2 anni, al Lago del Gabiet.

Se c’è la neve, è il Rosa

LA VALLE DEL LYS

Sempre nel 2020, con Stefano, sono tornata a Gressoney, risalendo la Valle del Lys. Affrontavo un amarcord importante ed ero contenta di farlo in compagnia. Quasi subito, si incontra un minuscolo Santuario affrescato a Vourry, comune di Gaby. Forse avrei detestato meno le domeniche Scaramuzzi a Gressoney, se la Giò, per distrarmi, mi avesse fatto visitare le chiese dipinte in facciata, come la Parrocchiale di Issime: invece no, dovevo sorbirmi la nausea tutto il viaggio, per arrivare agli skilift di La Trinité, dove “avrei imparato a sciare”, sotto l’amorevole guida di Caio Vincent. Hanno fatto di tutto, i miei genitori amanti della Montagna, per iniziarmi agli sport alpini: mi hanno affidata ai maestri/e migliori, come la mitica Giovanna Ramella Carandini (a Oropa) e il vecchio Vincent di Gressoney (un suo avo dava il nome alla Piramide?). Eppure, ho continuato a non amare lo sci, fino a dar fuoco, platealmente, ai miei sci Victor Tua (produzione Biellese doc), di legno rosso. Nel 2020, il paese di Gressoney St. Jean è zeppo di turisti che si sfogano della clausura. Si è conservato grazioso e non è troppo sfigurato dai condomini moderni. La Trinité, più in alto, è rimasto un “guscio di noce”, con il Grande Albergo Busca Tedy che crolla in degrado e il Bazar Tedy, con la sua doppia scaletta di accesso, che resiste con gli arredi originali. Nel 2022 avrei letto il romanzo sulla Famiglia Menabrea e sul loro sodalizio con i Tedy di Gressoney: mio padre incarnava quella liaison alpina, tra il Biellese e la Val D’aosta, che io non volevo capire. Quante volte faceva (da solo) il percorso della famosa Processione di Fontainemore, quella dipinta da Delleani, passando dal Cervo al Lys. Dove termina la valle di questo torrente valdostano, dopo il Bar Favre, ai miei tempi finiva il mondo: oggi sono cresciuti i condomini, presso le nuove funivie di Staffal. Lì, in cima, il Padre Ros è scomparso (come ad Alagna): si sente che c’è, come un grande mare di ghiaccio, ma non lo vedi. È coperto da cime ridicole che ti chiudono dentro una scatola di rocce. Niente Piramide Vincent, mentre i Gemelli Castore e Polluce, si intuiscono dentro il voile delle nuvole. Nella vita mai-dire-mai, oggi trovo della poesia in siti che non volevo nemmeno guardare, concentrata sulla mia nausea. Chiedo scusa al Padre Toio, per non aver capito in tempo le sue montagne.

ROSA BAROCCO BLU GENZIANA 

Girolando in questi anni, torno spesso nei luoghi che sentivo nominare dal Toio: seguo le sue mappe di carta, segnate ai tempi del militare o delle scalate giovanili. Diserto assolutamente i siti che si raggiungono a piedi e, più che mai, con ferrate, cordate, pelli di foca e racchette da neve; mi dedico all’edilizia e alle arti, inclusa l’enogastronomia. Vi ho parlato nei Giroli Lavatoio dell’architettura Walser, che rimane in Valsesia e in Valle Cervo. Qui voglio segnalarvi un’altra similitudine tra valli diverse, attorno al Padre Ros: è una sfumatura di rosa, intenso e corposo, che accomuna le facciate delle chiese nelle Valli del Lys, della Sesia e dei suoi affluenti (non si afferma così sfacciato in Valle Cervo). Il caposaldo dell’arte religiosa della Valsesia, si sa, è il Sacro Monte di Varallo. Ma, in molti paesi vallivi (anche in valli laterali), ricorre questa “maniera” pittorica, corposa e verista, che popola soprattutto l’esterno degli edifici religiosi, più che l’interno. Lo definisco io Realismo Barocco, magari è precedente (tardo Rinascimento, manierismo) e riempie di corpi giganti, santi/e, pastori e contadini, madonne assunte o dolenti, scene della vita di Cristo, passioni e compianti, angeli. C’è una facciata sfacciata, proprio entrando a Varallo; ce n’è una in pieno centro di Riva Valdobbia; c’è a Issime. E poi c’è sotto i portici di qualche pieve o santuario o oratorio, qua e là. Sono figure immediatamente simpatiche, alpini/e grezzi/e, resi giganti dalla propria santità, dal miracolo che stanno vivendo, magari inconsapevoli. Un’icona ricorrente è San Cristoforo (colui che porta Cristo), che reca in collo un Gesù minuscolo (spesso sproporzionato), al sicuro. A sua volta il Cristo bambino regge il Mondo. Vien da pensare che se i Cristoforo della Sesia e del Lys, fossero stati in giro ai tempi della Passione, mah, chissà come sarebbe andata a finire tra il gigante buono e i romani cattivi. Riva Valdobbia, frazione di Alagna, è un’icona valsesiana: case walser molto ben tenute, San Cristoforo gigante, stradiole tortuose, vista di pascoli e del fianco nord est del Rosa, che da Alagna non si vede più!! Nel mio girolo 2023 all’Alpe di Mera ho raccolto un mazzolin-dei-fiori: una pulsione ancestrale, che mi viene dalla Giò. A Mera ho trovato il Senecio Sylvestre, giallo polenta, con infiorescenze stellari, a grappolo. Piccoli rituali che mi rilegano alla mia famiglia alpinistica, di agrari e alchimisti. Il bisnonno Giaculin, andava ad “erborinare” sotto il Gran Paradiso, con il direttore dell’Orto Botanico di Torino, professor Oreste Mattirolo. Nei gerbidi della Vauda aveva alcune specie botaniche rarissime: l’Isoetes malinvernianum e la Carniola Koch. Suo figlio Antonino Miglietti studiò Farmacia, come mia mamma Giò. La zia Fil aveva scelto Agraria, forse sperando di poter gestire i possedimenti della Vauda, che invece sono andati perduti, insieme alle Fornaci. Mio padre, negli anni ‘60, tornava dal Lago della Vecchia (dove Lys e Sarv si incontrano), con genziane o stelle alpine, quando ancora non erano specie protetta.

GHIACCIO FA RIMA CON ABBRACCIO?

Ed ecco che la mia tenacia nel corteggiare il Padre Ros, trova soddisfazione: salgo a Macugnaga, una sera di settembre 2023, sono pronta all’ennesima delusione e invece. Già da Piedimulera, lassù, occhieggia la neve e non può essere che Lui. Mi regala un tramonto, lungo un’ora, dentro un abbraccio totale, mozzafiato. E’ Lui davanti a me, con la parete che va dalla Punta Gnifetti alla Punta Dufour; il sole è un alone luminoso, cerchiato da un arcobaleno e da qualche baffo rosa. Produce, calando, un effetto luminoso speciale che spara intorno, come fossimo ad un concerto. E’ Lui a destra e sinistra, dove si vedono ancora nettamente pinete e rocce. E’ Lui dietro di me; direi che si vedono i Pizzi Nero e Bianco, ma forse sbaglio: sono vette alte, ancora luminose, in una serie di quinte verde-nero, verde-perlaceo, grigio-luce. Un angolo giro meraviglioso, che mi abbraccia, mi incanta e, sì, mi commuove. La mattina successiva, Staffa è immersa in un catino di nuvole basse, forse nebbia (sotto c’è il sole?): non vedo l’altro lato della strada e nulla fa pensare che il Padre Ros mi apparirà ancora. Appena appena si intravedono i pini, neri in basso e luminescenti sopra, come fantasmi di una saga. (penso a Macbeth). Ho la  mappa di carta del Toio, TCI Corbellini: la prossima volta provo a risalire la Val Quarazza. Intanto mi fermo per un caffè a Vanzone con San Carlo, dove il Ros mi regala persino un vecchio lavatoio. Il percorso fino a Piedimulera mi ricorda molto la Valle Cervo; prima di riprendere la superstrada del Sempione scopro che qui avevano sede Rodiaceta e Rodiatoce (una frazione si chiama Rumianca!). La mia famiglia Alpinistica e quella Chimica si ritrovano.