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SORPRESA GALATINA

Eravamo passati a Galatina, nel primo girolo pugliese del 1989: ci sono le diapositive del portale di Santa Caterina d’Alessandria. Quando ci arriviamo, nel 2026, sono sicura di non esserci mai stata: il solito effetto combinato della rinascenza pugliese -che moltissimo ha cambiato- e della mia memoria che si appanna, dopo quasi 40 anni. Per fare ammenda ci veniamo addirittura due volte, nel 2026: la prima, giroliamo senza mappa, ci gustiamo le strade lastricate, i portoni barocchi, i balconi fioriti dalla barba-di-Giove (drosanthemun hispidum), facciate di chiese che non sono Santa Caterina. Quando ci arriviamo è l’orario di chiusura meridiano: troppo lungo attendere che riaprano, alle 16.30. Nelle Puglie gli orari sono tutti slittati verso tardi, la mattina e il pomeriggio: terre dove il sole, quando picchia, meglio stare in casa, come a Siviglia. Ma, per fortuna, una mattina alla nostra Masseria (Girolo Le Puglie 2) ci alziamo che piove: è immediata l’idea di riparare a Santa Caterina, cosa di meglio che visitare un interno, all’asciutto. Così, Stefano col suo impermeabile da girolo ed io con le mie galosce rosso rubino, riattraversiamo Galatina, colazione nel solito bar e poi accediamo alla meraviglia in perfetto orario. Come sospettare, la prima volta, che all’interno fosse racchiuso un ciclo spettacolare di affreschi del tre-quattrocento: non avevamo letto le Guide nel 1989, eravamo di fretta e soprattutto non c’era stato un favoloso restauro e avremmo dovuto chiedere al custode. La rinascenza pugliese si manifesta nella rimessa in valore delle bellezze artistiche, prima conosciute solo agli studiosi o visitabili su appuntamento, per buona volontà di chi aveva le chiavi. Ci è già capitato a Barletta (prima tappa di questo ritorno) di non riconoscere posti dove eravamo stati e avevo addirittura fotografato, per poi rimuovere. Nel 2026 troviamo una Chiesa del Santo Sepolcro ed una Cattedrale perfettamente riforbite e decisamente pregevoli: allora eravamo quasi scappati per il generale degrado urbano e per la rilevanza data al Colosso, unico monumento che si voleva promuovere (pensa tu!!)

Dico per Galatina quello che rileviamo anche per Lucera, Nardò, Gallipoli e Otranto: l’onda degli investimenti urbani e monumentali nelle Puglie ha messo a terra effetti vistosi e ammirevoli. Le cittadine sono diventate salotti buoni (i loro centri, per lo meno) e non solo ad uso dei turisti: si passeggia volentieri, si gustano palazzi, vie, balconate, chiese, facciate e cortili, piccoli slarghi-quasi piazze, logge, un selciato che spesso è di masegni bianchi e lustri (come in Istria: vi ho già detto delle liaison tra le due sponde dell’Adriatico nei giroli Luce Dalmata). Il caffè, sempre servito con il bicchiere d’acqua, è squisito e spesso costa solo 1 euro. Ci sono pasticciotti ovunque e anche i rustici: la versione salata del Salento, una grande sfoglia tondeggiante piena di mozzarella e pomodoro, servita sempre calda. Santa Caterina a Galatina è un colpo al cuore, 155 riquadri di storie bibliche ed evangeliche, eve col seno à la Picasso, donne al sepolcro che sembrano a Guernica, cavalli e armature elegantissime come fossero di Paolo Uccello, occhi di sante che ti inchiodano come quelli toscani (Girolo Firenze Rothko), morti annegati postmoderni che starebbero benissimo su un vinile dei Black Sabbath. Un vero capolavoro, che da solo vale i 1.000 chilometri già macinati: basterebbe a gratificarci di questo ennesimo ritorno. Lo scrivo senza timore: andate in Salento non solo per il mare delle maldive!

ALLA SCOPERTA DI:

SORPRESA SANTA MARIA DI CERRATE

Nel primo girolo pugliese, sempre in cerca di siti minori, eravamo andati a vedere Santa Maria di Siponto: una perla, nel paesaggio rurale a nord delle terre di Bari, appena usciti dal Gargano (Siponto è frazione di Manfredonia). 

Imperdibile, ma questa volta disertiamo la costa adriatica del nord pugliese. Sono sicura che, oggi, la troveremmo perfettamente riforbita e forse visitabile all’interno: guardando sul web la vedo anche troppo pulita, quasi bianca sotto il sole e quasi rosa se illuminata dai fari, proprio come vuole il turismo. Ci spingiamo, invece, a nord di Lecce ad un’altra Chiesa raccomandata dal TCI, sempre in campagna, terra di ulivi (che non sembrano sterminati dalla Xylella) e di edifici rurali vagamente simili ai trulli dell’Itria. Si chiamano pajare e sono sparsi, non raggiungono agglomerazioni vistose e non sono (ancora) oggetto di sciame turistico. Il sito di Santa Maria di Cerrate è poetico, come spesso accade a queste enclave religiose (un tempo luoghi di romitaggio o pievi di cimiteri), fuori dai centri abitati (Cerrate è frazione di Squinzano). Il compendio di edifici legati alla vita autonoma dei monaci, casa monastica, portico e pozzo per l’acqua, annessi rurali è splendidamente recuperato e l’effetto fascinoso: un tempo (leggo nella mia Guida TCI vecchia del 1992) la Provincia di Lecce aveva allestito un museo etnografico, faceva quel che poteva. Adesso è arrivato il FAI e il complesso è tutto visitabile e ben articolato: c’è un museo degli affreschi bizantini, staccati dalla chiesa e messi in sicurezza, c’è un frantoio ipogeo, il trappeto, visitabile con le proprie macine di pietra, un mulino a palmenti, un forno; ci sarebbero altri spazi agibili per consumare un pasto con i prodotti locali. Il sito ha anche un piccolo negozio, con prodotti alimentari e manufatti artigianali: il personale è molto cortese, nello stile FAI. Quella delle Chiese rurali è la faccia delle Puglie che non ha nulla a che vedere con il mare e la vacanza estiva: qui, le Puglie -mi ripeto- diventano la Toscana del Mezzogiorno.