PUGLIE 3
RIAVVOLGERE IL NASTRO
A maggio 2026 decidiamo di tornare nelle Puglie, precisamente nel Salento: eleggiamo come campo base una masseria (what else?!), tra Porto Cesareo e Veglie. Vogliamo tornare dove siamo già stati, nel 1989: a Gallipoli, ad Otranto, a Galatina, a Lecce. Così, riavvolgo il nastro: vecchie diapositive sbiadite, scatti in bianco e nero, posti che nemmeno sotto tortura riesco a collocare su una mappa di carta (sempre con me). Le Puglie, l’ho già scritto (giroli Puglie 1 e 2), hanno macinato tappe straordinarie e sono diventate una destinazione eccellente tra le regioni italiane: hanno raddoppiato i milioni di turisti, sfondato il mercato internazionale, appiattito i picchi stagionali (si fa turismo tutto l’anno) e messo in valore un patrimonio edilizio storico per l’ospitalità turistica (le masserie). Oggi è di moda fare il mare in Puglia, di modissima affittare una masseria e magari sposarcisi. Quando andavamo noi, nei primi anni Novanta, sulle magnifiche spiagge di Torre Chianca, Torre Lapillo, Porto Selvaggio, Le Dune, c’erano tanti pugliesi e pochi stranieri. La riserva di Torre Guaceto era deserta. Mi sono fatta un promemoria, di massima, e poi via: pochi punti fermi (Lecce, Girolo Puglie 2 ed Otranto), qualche ritorno d’obbligo (come Ruvo), apertura verso luoghi che ci avevano deluso (come Gallipoli e la stessa Lecce a dirla tutta), nuovi spunti come Specchia, Nardò, S.Maria di Leuca e Santa Cesarea. Nel rimettere mano alle vecchie diapositive (1989-1996) ritrovo alcune icone pugliesi: oltre ai rosoni delle cattedrali (girolo Puglie 1), le logge ad arco, le bestie di pietra destinate a reggere qualcosa, il ricamo dei portali color biscotto sul bianco latte, i pescatori con le reti coloratissime, la campagna infinita e ordinata, rosso terra e verde ulivo. Le Puglie sono tanta roba, ci sta a casa sicca!
ALLA SCOPERTA DI:
LA NOSTRA MASSERIA E IL SANTO PASTICCIOTTO
L’esplosione del Salento (effetto Taranta, fine anni Novanta) e della vacanza in masseria, ha recuperato un patrimonio rurale notevolissimo: la nostra tenuta si chiama Zanzara (la raccomando) è amabilmente rustica, benissimo recuperata nei locali comuni (sala colazioni e ristorante, corti interne, tenuta e alberi), lasciando alcune camere a livello spartano per famiglie e globe-trotter, il giusto di comfort senza sofisticherie di arredo e senza falsi clamorosi stile Borgo Egnazia. Il prezzo, fuori stagione, è ridicolo: anche perché a colazione troviamo una teca di pasticciotti freschi. Il Santo Pasticciotto, patrono del Salento, è un ovale chiuso di pasta molto frolla, ripieno di crema pasticcera. Stefano sostiene che sia alla pari con le pasteis de nata, di Belem (Girolo Lisbona). Ne mangia 3 ogni mattina, qualche volta 5. Intorno alle camere ci sono campi di grano (raccolto in rulli), boschetti di fichi d’india, ulivi. Diciamo subito che, nel Salento, la Xylella ha massacrato colture e paesaggio: rami neri e bruciati sono ovunque, a memento dello sterminio. Alcuni nuovi polloni sbucano da terra, insieme ad una speranza; in altri campi sono stati piantati giovani ulivi, destinati a fruttare in futuro. Impariamo la strada “di casa”, muovendoci intorno a Masseria Zanzara: a Porto Cesareo (che forse snobbata dal nuovo turismo salentino-chic), a Veglie dove troviamo un ristorante Conte di Cavour che ci piace, a Torre Squillace, a Galatina dove torniamo due volte.
RITORNO A GALLIPOLI E OTRANTO
Lo sapete come la pensa La Girolona sui ritorni, dove non è stata proprio soddisfatta: voglio rivedere Gallipoli e Otranto, perché non ne ho un ricordo buono e preciso. La regola funziona, ancora una volta: soprattutto qui, nelle Puglie, dove la ruota dei finanziamenti Europei ha girato insieme a quella del turismo, il meccanismo ha messo in scena una bellezza che, 40 anni fa, era nascosta o maltrattata. La mia Guida del TCI del 1997 spesso annotava: in degrado, chiuso per restauro, in abbandono, rivolgersi al custode. Oggi tutti questi siti sono accessibili e brillanti. Gallipoli è percorsa dal flusso dei visitatori, ha un esubero di botteghe superflue e (probabilmente) ha ceduto molto del proprio centro storico ad abitanti foresti e/o ad attività di ristoro. Così funziona il Turismo, Bellezza! Ma il vantaggio è un luogo proprio bello-da-vedere, nel suo insieme: strade, vicoli, palazzi, lungomare, spiaggia, balconata di case affacciate alla Marina, piazzette, portici, mura del castello: mi pare di non essere mai stata qui. Qualcosa mi ricorda Ajaccio e poi -tornando a casa- qualcosa di Giovinazzo (dove, davvero non eravamo mai stati) mi ricorderà Gallipoli. C’è un vento pazzesco ed escono le vele. Ad Otranto (eravamo stati di passaggio nell’89), sono restauratissimi Mura, Castello e Cattedrale. Al suo interno (non l’avevamo visto) il pavimento musivo è troppo polveroso per offrire davvero un colpo al cuore: dicono di non poterlo lucidare perché la pietra delle tessere è porosa, non potrebbe sostenere cere o vernici. Che, nel 2026, non si trovi un modo per rendere meno polveroso il mosaico di Otranto, non ci credo proprio. Penso che le gambe delle seggiole e i piedi dei fedeli bene non facciano ai mosaici e invece eccoli lì, accidenti. Forse una protezione trasparente (come a Piazza Armerina, vedi Girolo Sicilia) permetterebbe dei percorsi obbligati e protetti, consentendo la visibilità dei dettagli: a pensarci bene è la visione d’insieme del pavimento, a colpire, mentre le singole figure sono grossolane. Attorno al Castello di Otranto (riforbito) e alle sue mura turrite (riforbite) ci sono moltissimi alberi di pitosforo: loro stessi monumenti rari, perché al Nord queste piante sono sempre più rare, relegate a pochi esemplari nei parchi delle ville: qui, invece, fioriscono rigogliose e pubbliche.
FINIS TERRAE SALENTINO
Come non approfittare, avendo casa in una masseria salentina, di raggiungere la finis terrae pugliese e italiana, a Santa Maria di Leuca? Scendiamo la costa, con spiagge e torri; saliamo i 250 scalini che dal parcheggio ci portano ad un Convento e al Faro che guardano all’infinito mare, verso altri mondi. Dopo aver visto la terra finire in Bretagna e in Cornovaglia (giroli), a Capo Spartivento in Calabria (Girolo Calabria), vediamola anche qui, nelle Puglie, verso Albania, Grecia, Libia. Non riesco a fotografare i magnifici spruzzi che il vento genera contro gli scogli (li ho visti anche a Torre Squillace):nulla che mi richiami le Maldive.
LE MALDIVE DEL SALENTO
Siamo qui, fuori stagione, ma sapete che adoro il mare senza fare-il-mare. E poi questo tarlo delle maldive mi rode, io ricordo l’acqua meravigliosa che ci accoglieva a Le Dune di Porto Cesareo, in vista Torre Chianca. Perciò andiamo a vedere il perché di questo parallelo esotico. Ci fermiamo a Torre Squillace, tra Gallipoli e la nostra Masseria: bel paesaggio e mare affascinante, tutti i toni del blu verde, ma maldive no. Proviamo sulla sponda opposta, tra San Cataldo (la spiaggia di Lecce) e Santa Cesarea (le terme di Lecce). Bella costa, non più piatta-piatta ma un po’ rupestre, acqua pulita e invitante, ma maldive no. Forse bisogna seguire le indicazioni del web o forse bisogna venire in stagione quando il mare è una piscina, na taula come si dice. Forse, non essendo mai stata alle Maldive, non ho capito bene. Penso a come definirei il colore del mare, quando il fondale basso e la sabbia bianca, lo rendono un acquario: mi viene in mente la cartella colori della Pantone, turchese bermuda, 14-5416, aquarium 15-5220, pool cabana 14-5419, polynya 15-5329. Sarebbe da proporre una gradazione: salentum. Lo stereotipo turistico, maldive, funziona nell’immaginario collettivo, con immediatezza: un marketing facile e un po’ grossier: 3 grattacieli fanno manhattan e 2 canali fanno venezia, olè! Le Puglie non avrebbero bisogno di queste banalizzazioni: mi basta pensare al Santuario di pasticciotti, mostaccioli, orecchiette, ricci di mare, puccia, burrate, pittule e taralli, vino, olio. Sapreste dire una ricetta tipica delle Maldive??!
