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AL TEMPO DI JAN PALACH

Sul rogo bruciava, all’orizzonte nel cielo di Praga: così cantava Guccini. Lo studente Palach si era dato fuoco ad inizio 1969, contro l’invasione sovietica, in Vaclavske Namesti, uno dei suoi cuori. L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera si svolge nella Praga del ‘68. Ad agosto del 1972, la Zia Filippa mi regalò, per la fine del Liceo, un viaggio speciale: con l’aereo (il primo della mia vita), Vienna, Karlovy Vary, Budapest e Praga. C’è una polaroid rovinata, dove nel gruppo di care amiche della Zia, ci sono anch’io in jeans e polo, la mano sul fianco: rifiuto di guardare l’obiettivo, adolescente scontrosa. Ho delle schegge di memoria: le bamboline fatte con le foglie di mais, le illustrazioni dei libri infantili, violini tzigani in un ristorante a Buda (Girolo Con libro Budapest), dove esibii il mio inglese con una coppia di Hong Kong, e poi ci scrivemmo per un po’. Un giro in carrozzella sul Ring (Girolo Eumondo Vienna), di Karlovy soltanto il nome (leggete Il Valzer degli addii di Kundera). Quasi nulla, insomma e quell’unica fotografia, fuori da un vendeglo ungherese, probabilmente al Dunakanyar (ginocchio del Danubio), un sito paesaggistico. Nei decenni successivi, l’Europa dell’Est si è scossa parecchio ed io, distratta, al massimo andavo al mare in Jugoslavia. Finché Praga entrò, con la rivoluzione di velluto, nel reame d’Occidente e diventò una destinazione turistica di tendenza: forse per questo, avevo una certa resistenza a tornarci. Giugno 2009, siamo partiti in auto e abbiamo fatto tappa a Linz (Electronic Center e Museum Lentos) e a Cesky Krumlov che è entrata nei nostri cuori per sempre: ottimo viatico per la Repubblica Ceca, la Germania, il Baltico. A Praga avevo prenotato un Ibis Old Town, in Là Poriçi (dove aveva alloggiato anche Apollinaire INSPIRAZIONE); andando verso Republiky namesti, dentro un centro commerciale, trovammo uno Starbucks, per i croissant della colazione. I marchi segnano l’annessione all’Occidente e noi ci sentiamo del tutto sicuri, europei metropolitani, a posto. Mi sembra di non essere mai stata qui.

ALLA SCOPERTA DI:

PRAGA IN MEZZO ALL’EUROPA

Sarei banale e sciocca a dire che Praga è tanto cambiata dal 1972: basta che mi guardi allo specchio, sono passati 44 anni! Mentirei, perché la verità è che non ricordo nulla di nulla, ad eccezione del Vicolo d’oro, la viuzza con le casette basse (io tocco le falde del tetto) di orafi, alchimisti, scrittori: il top del top del banale turistico già nel 1972, graziosa ma frizzata, nell’assenza di tempo delle cartoline. Nemmeno la Vàclavskè namesti riconosco, non fosse che c’è la statua di Venceslao, Re e Santo, a cavallo e una targa per Palach: esiste ancora la mia libreria Knihy Academia, ma tutto il resto è riforbito lussuosamente, a cominciare dagli Hotel secesi, Europa e Meran e dal Passaz Rokoko-Lucerna (rondo cubista?), che assolutamente non ricordavo. Ogni cosa era grigia a parte le illustrazioni per bambini, nei libri. Hanno ragione i promotori turistici: oggi Praga è magnifica, larga e splendente, benissimo restaurata, elegante e vivace, ospitale. Questa capitale è la quintessenza del girolo, dovete vagare, camminare, pellegrinare, anche prendendo a caso un tram e arrivando ai capolinea; direbbero gli urbanisti che è policentrica. Dovete salire sulle colline (Petrin, Zizkov, Letnà, Vysehrad) e guardare di lassù panorami così aperti che sembra di essere sul mare e invece vedete un mare di tetti, di guglie, cupole e bulbi, campanili e comignoli, torrette, ballatoi e abbaini, viali e viuzze, parchi e vigneti. Immancabile, la Vltava cioè Moldava, che ha ponti a perdere, come un rifrazione ottica (i Ponti di Praga sono un tour nel tour). Bene faceva Smetana a celebrare la Moldava con una melodia che scorre impetuosa, perché se Praga è regale lo deve a lei, più che Vienna al Danubio. 

È bella Praga ammaliante 

nei veli azzurri 

sotto i fiorenti declivi

 la cintura d’acciaio del suo fiume 

smeraldi di cupole verderame

MILOS MARTE, NAD MESTEM

E, poi, ci tornate sempre sulle rive della Vltava: oltre al Ponte Carlo (troppo famoso e intasato), sono le sue sponde (nabrezi) a calamitarvi, da una parte e dall’altra Visegrad o Kampa, purché ci sia lei che scorre. Possiamo convenire che il centro turistico della riva destra sia piazza della Città Vecchia, con l’Orologio astrologico della Torre Municipale: al battere delle ore si ripete l’uscita dei 12 Apostoli, mentre la Morte, il Turco e il Gallo ripetono il loro teatrino. Ci sono le carrozze a cavalli, i cristalli Swarowsky (24% ossido di piombo), le guglie di Tynsky Chram, quinte di palazzi (barocchi?) e all-you-can eat di turistico e stereotipato. Da vedere, bella è bella, ma poi via, infilate una delle vie che si dipartono (Dlouha, Zelezna, Maslova, Melantrichova, Celetna, Parizska), troverete fughe di superbi palazzi (barocchi?), restauratissimi; negozi lussuosi e bottegucce modeste; cafè degni della bella vita europea del Novecento, birrerie malmesse, antiquari e rigattieri, chiese con i santi (barocchi) che si affastellano sui muri. Un secondo centro di Praga è attorno al Narodni Divadlo (Mustek, stessa fermata della Metro per piazza Venceslao), che ha alle spalle un delizioso nucleo da girolare e girolare, salvo le soste ai cafè. Prendo i biglietti per una serata di Lieder e brani di Operetta: dentro il Divadlo bella atmosfera. C’è un altro centro sempre sulla sponda destra della Vltava, tra il Ponte Carlo e il Divadlo, col Klementinum (barocco decoratissimo), col Cimitero Ebraico, con Betlemska. E poi, la piazza Venceslao, in realtà un largo viale, che da sola fa centro. L’animazione è fervente, bus, tram, automobili tra cui vecchissime Skoda d’antan, pedoni, turisti. Ultimo ma non ultimo centro, sulla riva sinistra, raggiungete Mala Strana (barocca); oltre, salendo parecchio per Mostecka e Nerudova (una tappa al monastero di Loreto), eccovi al Castello, che è una città nella città, con la cattedrale di S.Vito e il vicolo dell’Oro. Nel 2016 ci siamo saliti di notte: deserta e magica, come titola Ripellino. 

IL RONDOCUBISMO, MUCHA, CO.BR.A

Alcune parti di Praga le ho scoperte e viste soltanto in un terzo ritorno, nel 2016 (Girolo Icona Praga), con il pretesto di un Torneo di scacchi e la famiglia di giocatori (girolo Andorra): Pentahotel, vicino al Forum di Karlin (Metro Krizikova). Mescolo i giroli,  anche perché nel riesaminare le fotografie del 2016 mi sono accorta che dovevo fare due racconti, uno a parte per l’edilizia secessionista. Se a Riga vi segnalano il quartiere di questo stile (Girolo Riga), è Praga che soddisfa con ridondanza chi cerchi testimonianza europea del periodo, la Secessione (il suo luogo sarebbe Vienna, ma Praga le tiene testa). In questo girolo ripercorro alcuni cafè praghesi, imperdibili: in parte li ho trovati da sola, in parte seguendo la nuova TCI verde, pag.125. Ho scoperto in questo modo il Rondo Cubismo di cui ignoravo l’esistenza: una miscela tra  astrattismo, déco, secessione, assolutamente ceca. Forse non eccelso come stile, ma ha segnato Praga di edifici (Palazzo Adria, Villa Kovarova sulla Vltava) e soprattutto di interni, arredi e oggetti per la felicità degli antiquari. All’interno della Vergine nera (dovete salire al 1° piano, scale bellissime) un delizioso locale rondo cubista; imperdibile lo Slavia dove Rilke poetava, Kundera romanzava e io ho fotografato i tram; il cafè Imperial, il cafè dell’Hotel Pariz (adesso si chiama Tony’s e le meraviglie déco sono contaminate da un restauro pacchiano); il Kavarna Adria; la cremeria Au Gourmand nella Dlouha, piastrellata secese. Al Museo dedicato ad Alfons Mucha, Stefano non venne perché lo considera un mero decoratore: lui sarebbe un seguace di Adolf Loos e del suo libro Decoro e delitto, 1908. Mucha è celebre per le donne libertine, nelle vesti delle stagioni e delle virtù: si fa per dire perché sono spesso discinte come tutte le cariatidi dei balconi praghesi, uno sciupio di femmine. Abbiamo disertato il Museo del Comunismo (e anche uno Stalin Skate Jam assai ironico): eravamo stati a Cesky a farci benedire da Lenin & Co. Un pregevole locale, di tutt’altro segno architettonico (quasi bauhaus), sta proprio sulla Vltava, e fa parte della Galleria d’Arte Manès: è una composizione di Lego bianchi (che ingloba una torre antica) e offre belle terrazze sull’acqua. Il cocktail nel boccale di latta si chiama Stoli Mule, perché Moscow, ai praghesi, gli sta ancora un po’ sullo stomaco. Da Manès si vede la Casa dei danzatori, Ginger e Fred di O’Gehry (aperitivi al roof bar). Quanto a cibo siamo stati al Forum di Karlin (My Food Corso), a U Tunelu (kase mit musik), dal soldato Sc’vèik (oggi tutto igienizzato, sig); spesso nelle Birrerie U’ Fleku e U’ Pinkasu: cibo ceco, casalingo e impegnativo da digerire. Nel 2009, girolando con Stefano eravamo stati al Club Architektur (vicino alla Obecni Dum, casa del popolo che ha una sua Kavarna) e al Panorama Pergola tra i vigneti di Hradcany: vista sulla Vltava. Kampa, ai piedi di Petrin è un quartiere pittoresco, con strade acciottolate, casette basse, portali di pietra: nel 2009 c’è una Mostra su Cobra, movimento d’avanguardia nei ‘50 Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam. Sul fiume una fila di pinguini gialli, dei contemporanei Cracking Art, uguali a quelli che adesso sono a Biella, sul Torrente Cervo, in versione blu (Giroli Cervo). La vera esposizione da NON perdere a Praga è, fuori dal centro, al Veletrzni (periferia centrale di Holkesovice), che ha una collezione ragguardevole di arte moderna e design. Su quella sponda della Vltava (sinistra), nel 2009, eravamo stati ad un gigantesco mercato Prazska Trznice, ex mattatoio, pieno di vietnamiti: i loro involtini in sfoglia di riso mi ricordano i tramezzini di Mulassano (Girolo Torino) come se potessi mangiarli con la carta! Salendo da Nabrezi in collina, si arriva a Letnà, Palazzo e Parco gigantesco. Tra Letnà e Hradcany (Mala Strana) ci spingiamo fino alla Loosova Villa (a Stresovice): essenziale ed elegante progetto di Loos per i Muller, che vediamo solo da fuori. Per entrare bisognerebbe prenotare: ma non ci ritorno nel 2016 (perché?). Da sola, mentre gli scacchisti giocano, ho raggiunto (sulla sponda destra) il Parco del vecchio castello di Vysehrad dove c’è un Cimitero dei famosi (Dvorak, Mucha, Kafka, e via così). Le tombe sono un trionfo di Secessione: cieli di mosaico, piogge di tessere dorate, angeli effeminati ma sterminatori, vergini impietrite, fregi geometrici. Il Cimitero ebraico, invece, mi ha quasi delusa, moltissima coda per un sito piccolo piccolo, affastellato, claustrofobico. Sul ghetto di Praga, la Quinta Città, leggete Ripellino Praga Magica: molto più suggestivo del reale.

Praga non finisce qui (Girolo Praga 2).