LUCE DALMATA V
Debbo francamente riconoscere
che per quel paese,
nutro un particolare interessamento
e una aperta simpatia.
MAURO ORTOLANI, GEOGRAFO 1960
RITORNO A KRK
C’è poco da fare, la ex Jugoslavia mi attrae. Ad un corso di scrittura, della Scuola Holden, mi suggeriscono Alma, un romanzo sulla Guerra del 1992, scritto nel 2024. Lo leggo e mi prende: ci ritrovo Brioni, il Maresciallo Tito, Belgrado dove non vado dal lontanissimo 1973 (Girolo Istanbul 1973). Una delle mie compagne di corso, è vissuta a Belgrado e ci legge uno stralcio sul venditore di tappeti: una capitale ottomana, quasi Istanbul. Chissà cosa ne rimane. Io ho in sospeso l’idea di Zara, che non mi quadra: due volte ci siamo passati, nel 1990 e nel 2008, eppure. Di Spalato (Girolo Luce Dalmata II) mi è chiara la percezione di grand mesclùn, Roma, Venezia, Tito. Di Ragusa mi resta l’abbacinante effetto dello Stradùn e delle piazze-salottino (Girolo Luce Dalmata I), un vero gioiello dentro le proprie mura. Di Zara continua a mancarmi una sintesi, rivedo chiese isolate, una porta col leone marciano, vicoli scuri e qualche animale romanico che potrebbe essere arrivato qui a nuoto dalla Puglia. A fine settembre 2025, eccoci di nuovo nella ex Jugoslavia (ci siamo stati nel 2023), di nuovo sulla costa di fronte a Veglia, a Pago, a Ugliano, a Pasman e alle Kornati. Di nuovo l’Adriatico freddo e subito profondo. Le insenature, i canali, i finti laghi, le isole unite alla terraferma da ponti arditi che fanno intravedere coste scoscese, pietrose, bianco-grigie dove i cespugli sembrano efelidi. Persino qualche canyon, come quelli sul fiume Zrmanja. Terra brusca ma luminescente, marittima ma fredda, zeppa di contraddizioni, geografiche prima ancora che politiche. Dormiamo a Crikvenica, in un hotel asburgico rifatto a nuovo, 5 stelle. La stagione sta finendo, oltre a noi solo tedeschi e non c’è nemmeno una rete TV della Rai. Nel 2023, il ritorno a Krk, Veglia, mi aveva delusa: sia il capoluogo sia il piccolo borgo di Vrbnik, non hanno rinfocolato la passione che si era accesa nel 1986 (La luce Dalmata III). Ogni cosa è moooolto più turistica, proposta al visitatore dopo averla restaurata anche troppo, sento nostalgia delle mie foto in bianco e nero, di case malandate e donne col grembiale negli orti sulle terrazze. Sapete che quando un girolo non mi convince tendo a rifarlo, ed eccoci: con Stefano alla guida, torniamo a Punat, la lasciamo subito con la sua sterminata Marina, decine di barche a secco per l’inverno. Unica vista che mi commuove, l’isolotto tondo di Kosljun, che avevo raggiunto in canoa e che adesso è un sito di visita, con l’antico Monastero francescano restauratissimo. Proseguiamo fino a Stara Baska: larghi panorami e luce dalmata, pochi edifici, nessuna Marina. Con un lungo percorso interno, improvvisamente verdissimo, raggiungiamo Baska: stazione balneare importante, col Lungomare attrezzato ed un nucleo vecchio, con tante case originarie, scalette esterne, terrazzini, vicoli e piazzette, rimessi a posto; riconosco un camino che avevo fotografato 40 anni fa e diventa l’icona del rinnovo Croato. La vista è splendida, quinte scenografiche, mare di profondo blu, luci e ombre. Mi riconcilio con Krk, ho fatto bene a tornare.
ALLA SCOPERTA DI:
ZARA
Zara, a vederla in pianta, ricorda Chioggia, e anche un po’ Trau vecchia; è una specie di pesce-rettangolo, con una spina centrale (la Kalelonga ora Siroka) e le spine laterali, callette regolari che finiscono contro le Mura o i murazzi dei moli (le obala). Zara è molto veneziana. Entriamo per la Porta di Terra, col suo Leone Alato: la città nuova, fuori le mura, non è bella, cresciuta molto e male. Dentro, qualcosa è stato rimesso a nuovo, molto rispetto al 1990; qualcosa è in rinnovo proprio adesso come la Narodnj Trg (la Lozva e la Torre dell’Orologio), qualcosa ancora desolato, come il vecchio edificio del Cafè Central sostituito da Mango: moda occidentale che colora il degrado slavo. Alcune calli sono lustre come quelle di Parenzo e di Ragusa (masegni originali), altre come la Siroka sono rifatte completamente, di pietra bianca istriana. Ritroviamo il Foro, con le sue presenze postume: San Donato e Santa Maria, i Musei, le sagome a terra di ciò che c’era ai tempi di Roma. Il terzo monumento di Zara, Sant’Anastasia è una vera bellezza. Seduta nella sua piazzetta, ripulita come un salotto, risolvo la mia incertezza su Zara: è un ibrido tra elementi preziosi -di epoche diverse- ed un tessuto compromesso, di difficile riconnessione. Una città discontinua, come Pola. Le stesse Mura, sono interrotte e le porte smarrite dentro il caos edilizio: dalla passeggiata che hanno costruito sugli spalti (intervento apprezzabile), si vedono troppe brutture della Zara post WWII, impossibili da imbellire. Anche l’edificio dell’Arsenale e all’opposto la Kapetanska Kula sbucano inattesi all’estremità di un percorso urbano sfilacciato. I bombardamenti, l’incuria, i passaggi di governo (romani, dalmati, veneziani, italiani, titini, croati) sembrano aver segnato indelebilmente Zara. Difficile trovarle un genio del luogo, anche perché il turismo -buon ultimo- si sta sovrapponendo a tutto col proprio linguaggio indistinto. C’è qualcosa da vedere nei dintorni zaratini, in particolare a Nin. Isolotto unito da un delizioso ponte in muratura, offre un panorama di laguna, quanto mai veneziano. I monumenti di Nin precedono la Serenissima, sono paleocroati, ortodossi, bizantini. Deliziosa la cosiddetta Cattedrale di Santa Croce. Tornado verso Zara, si è folgorati da Sv. Nikola costruzione religiosa del IX secolo su cui è aggiunta una torre merlata del XVI: edificio singolarissimo e di proporzioni deliziose.
TRAU E SEBENICO
Nei dintorni di Zara, sulla costa, abbiamo preso l’ulteriore ponte che fa dell’isola Murter una penisola. A Murter siete faccia a faccia con le Kornati, arcipelago famosissimo, godibile solo con le barche. Noi, modestamente ci beviamo una birra, guardando le vele degli altri. Dubito che una crociera (ne offrono infinite) sia capace di dare quello che offre una vista dall’alto dei 140 isolotti sparsi nel mare, senza strade o edifici, inabitati. Le foto aeree delle Kornati devono bastare a chi non naviga e non vola. Poco a sud dell’arcipelago, ci sarebbe Sebenico dove sono stata 3 volte e non torniamo. Ha il vantaggio, rispetto a Zara, di raccogliere i propri monumenti in un minuscolo rione strapiombante sul mare, il Rione Marina: sistema di piazzette contigue dove tutto si concentra e il visitatore può ignorare come sia il resto. La Cattedrale di San Giacomo è meravigliosa, prodigio veneziano: facciata a la Codussi, come quella del Foro di Zara, fiancata superba con 77 facce scolpite al colmo degli archi sui capitelli. Santi con le barbe ricciute, preziosi e una Eva pudica, con le sue tette a la Picasso. Imperdibili. Ancora più a Sud, ultima delle perle Dalmate prima di Spalato e Ragusa, sta Trau, Trogir. Anche lei fortunatissima ad avere un centro antico piccolo e delimitato da canali: cosicché i monumenti sono racchiusi in uno scrigno naturale, facile da preservare e da manutenere, senza interventi molesti. Cattedrale di San Lorenzo magnifica, corredata di Battistero, in una delle piazze più garbate di sempre. Sono affascinanti anche i “bordi” dello scrigno: le Loze della pescheria affacciate al canale di Trau e più avanti i torrioni di una fortezza, merlati. Dalla riva opposta (a Ciovo), si hanno scorci strepitosi e in 180° potete vedere il rosso tramonto tra gli alberi della Marina e l’orizzonte aperto vero l’Adriatico, dove la luce è già fredda, di azzurro metallico. Mi accorgo, in questo ennesimo ritorno Dalmata, che la costa della ex Jugoslavia è un viaggio impegnativo: nonostante la Jadranka Magistrala (di Tito) sia stata ammodernata e ci sia una veloce Autostrada Europea che corre distaccata, verso l’interno; si macinano chilometri e chilometri. Ogni uscita dell’autostrada richiede poi la connessione con la costa, e sono altri chilometri, non proprio “tutto-dritto”. Quanto a raggiungere la Dalmazia dalla sponda italiana, i traghetti ci sono solo in piena estate e una volta che avete raggiunto Ancona, per non dire Bari, di chilometri ne avete fatti comunque tanti a cui aggiungere il viaggio in mare, che non è mai veloce. Peccato, perché queste città Dalmate sarebbero da frequentare spesso: non per fare il mare in stagione, ma per escapades urbane, come si andasse a Verona o Parma.
LUBLIJANA, L’ALTRA JUGOSLAVIA
Se proprio vogliamo rimestare nella jugo-nostalgja, passiamo da Lublijana, in Slovenia, sulla autostrada per il rientro. La distanza dalla Luce Dalmata diventa fatale. Traversata una generosa campagna autunnale siamo davvero in un altro mondo. Solo il Marsala Tita è riuscito a tenere forzosamente unito un compendio di regioni (kraijne) tanto dissonanti. Qui siamo nella più squisita mitteleuropa, Lubljiana potrebbe essere una città tedesca, austriaca o boema. E perché no, polacca, lituana e ucraina. Se c’entra poco la Bosnia musulmana, con la venezianità Dalmata, c’entra pochissimo anche la Slovenija rurale, con la propria capitale elegante. A Lublijana manco da almeno 20 anni (andavo per lavoro fino ad inizio millennio) e Stefano da 30, quando ci portavano gli amici Marina e Mirko. Non troviamo più il nostro punto fermo che era Macek, la gostilna del gattino nero, più che tipica, un antro scuro e affumicato dove mangiare la plieskavica. Adesso è un pub che serve spritz e disco music, un pugno al cuore. Nonostante questa perdita, la capitale slovena è piena di gente, di luci, di locali, di vita e proposte. Come 30 anni fa, forse di più. È davvero venuto il momento di andare a rivedere, dopo mezzo secolo, com’è Belgrado (Girolo Istanbul, 1973). Dopo una passeggiata serale lungo la Ljublianka, Mercato e Ponte dell’architetto Plecnik (déco slavo), ceniamo benissimo in un ristorante Julija che ci sembra aver conservato l’ambiente originario, non fumoso come Macek ma di quel periodo, jugoslavo. È zeppo di turisti, anche asiatici, ma conserva uno stile d’antan, camerieri in nero, col grembiule lungo, secchielli per il vino, tovaglie. Uno strudel della casa, epico.

