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MIRA TAGLIO 

Da Mira, il comune dopo Dolo verso Venezia, parte il Taglio Nuovissimo di Brenta: verso nord raggiunge Mirano (attraverso Marano) e verso Sud raggiunge Camponogara, attraverso Porto Menai. Il termine Taglio spiega che si tratta di una deviazione del fiume Brenta, una delle operazioni del Magistrato alle Acque Veneziano, per irregimentare il corso delle acque, in modo da non interrare la Laguna. Cammino lungo l’Argine Sinistro del Nuovissimo, per raggiungere Gambarare e tornare sul Naviglio, a Mira Porte. Inutile che vi sottolinei come tutti i toponimi abbiano a che vedere con l’acqua del Brenta: gambarare ricorda una Fossa dove si pescavano gambari (forse di acqua dolce, ma chissà, visto che la Laguna non era distante); taglio è la deviazione di un corso d’acqua; porte sono le chiuse che permettevano la navigazione; porto è porto. Il Taglio è bordato di case, alcune sono ville minori, altre sono pertinenze di villa (le case dei fittavoli, dei lavoranti), altre sono qualunque. In alcuni tratti l’edificato è continuo – sempre in linea, c’è un’unica quinta, senza profondità- in altri diventa rado e prevale il paesaggio dei campi. San Martino, in onore alla propria Estate in Novembre, fa il miracolo di una luce eccezionale, che esalta il paesaggio: si vedono in lontananza dei colli, verso nord e la Pedemontana. Tra colori delle foglie, dei campi e riflessi dell’acqua, diventa un posto ideale per camminare, deliziando lo sguardo. Si passa un ponte della ferrovia (in ferro), si arriva al ponte stradale: a destra, per via Stradona, si va verso Sambruson  (frazione di Dolo), a sinistra per Porto Menai: all’incrocio due ville, una minore che stanno ripulendo ed una imponente, credo sia la Minio Paluello, in parte decadente e chiusa, in parte restaurata ma non abitata.

ALLA SCOPERTA DI:

PORTO MENAI E GAMBARARE

Credendo di sapere dove sono, procedo decisa per Piazza Vecchia, una frazione di Mira; sorpasso il Cimitero, le Scuole, le Poste e il Ristorante Da Anna e Otello dove credo di aver mangiato una volta, bene. Quando lavoravo ero invitata spesso a pranzo da Sindaci, assessori, amministratori vari: sfruttavo il vantaggio di essere una signora e, devo dire, che non sono mai stati inopportuni. Ricordo solo una volta, fuori Bologna, un dirigente che forse beveva troppo e parlava di sé come un disperato, per i tradimenti della moglie: adesso gli associo l’immagine di Vasco Rossi, ma è una forzatura e poi non cantava. Forse aveva una vita spericolata o voleva farmelo credere. Guidava una Porsche due posti e quando mi riportò a prendere il treno, pensai che ero stata imprudente. In 42 anni di carriera, quasi sempre a che fare coi maschi nei loro ruoli di potericchio (come lo chiamo io), 1 avance mi sembra un’inezia simpatica, fatta da vascorossi. Torniamo a Piazza Vecchia, direzione Gambarare (che è indicata ad 1 chilometro) e Oriago (4 chilometri). Presto mi rendo conto che sto camminando su strade nuove, rotonde che non c’erano qualche anno fa, quando girolavo per lavoro nei comuni della provincia. Insomma: NON so dove sono! Costeggio quello che mi pare un plesso scolastico e arrivo ad un bivio dove faccio il primo errore: proseguo diritta, invece di deviare a sinistra, in via Chiesa di Gambarare.  Così, la Chiesa della Madonna, la vedo solo all’orizzonte, dalla parte delle absidi, col suo campanile singolare: bella immagine, suggestiva tra i pioppi quasi spogli. Ci tornerò una domenica mattina, apposta per fare due foto, che le rendono onore. A piedi, proseguo con la netta percezione di stare andando fuori rotta: non riesco a capire come si chiama la via su cui sono e dove mi porti. Girolare è anche perdersi. 

Girolare è anche perdersi

Scoprirò solo a casa, cercando le razze dei cavalli da tiro (nelle foto), che la Parrocchia di Gambarare festeggia la Madonna Immacolata -8 dicembre- con una processione cui partecipano carri trainati da cavalli: si chiama la Madonna dei cavalli.  Girolare e perdersi  fa bene, apre spazi sconosciuti, non solo geografici. Vedo ai lati della strada solo campi, rari cascinali, qualche contadino che lavora col trattore. Avevo in mente che da Piazza Vecchia si potesse andare solo a Gambarare, invece sono finita in aperta campagna. 

LA LOS ANGELES MAI NATA

Per fortuna arrivo al Mulin Rotto che è un’altra Osteria dove andavamo spesso a mangiare e ci piaceva anche perché a lungo ha mantenuto i campi delle bocce, l’unico gioco (o sport?) che un po’ mi piace. Direi che da qui la strada la conosco: ma un conto sono le distanze in automobile, un conto a piedi. Incontro una fattoria con dei bei cavalli da tiro; dopo poco una dimora importante, con un restauro stravagante. Ci sono delle donne in cortile che aspettano un cane, in quale se ne viene lemme lemme attraverso i campi appena dissodati. E’ un basset hound, un cane da campagna, ma inglese. Sia lui che il cavallo da tiro sembra che mi guardino incuriositi: dove va questa, qui?! Comincio a chiedermelo anch’io. Quando arrivo ad una seconda grande rotonda scopro di essere su via XXV Aprile. Sulla destra mi si propone via Bastiette, a sinistra via Giuseppe di Vittorio e la stessa XXV Aprile che, proseguendo, promette di portarmi ad Oriago. Ma io voglio andare a Mira Porte. Questo crocevia in mezzo ai campi è esattamente quello che Marco Paolini definisce una “Los Angeles che nasce”, nel cuore del Veneto rurale. In realtà non è mai nata, Los Angeles e non è nemmeno mai morto il Veneto rurale: eccolo qui, con le Madonne dei Cavalli, e meno male! Forse c’è stato un momento (gli anni Novanta) in cui l’alacre regione dei Benetton, Del Vecchio, Tognana, Fracasso & Co, pensava di veder crescere manifatture in ogni campo: che si predisponessero le infrastrutture perché quelle che c’erano stavano scoppiando; rotonde, sovrappassi, tunnel, cavalcavia fino al mitico Passante di Mestre di cui ha parlato l’Italia intera,. Non c’era giorno che la “linea Maginot” mestrina non rischiasse di cedere al traffico. Così, le Amministrazioni hanno profuso rotonde gigantesche ad ogni incrocio, di tre o quattro strade a perdere nei campi. Sottopassi a linee ferroviarie come La Vacca Mora: il cui nome dice tutto. La linea congiunge storicamente Mestre ad Adria, passando per Piove di Sacco, in provincia di Padova ma al confine con la Brenta Bassa: è un vero “treno rurale” merita un girolo. Le nuove infrastrutture, oggi, permangono deserte e un po’ ridicole, tra cavalli da tiro, cascinali, trattori, chiese isolate. Tiro dritto, sbagliando la seconda volta (dovevo prendere via Di Vittorio). Capisco che mi conviene consultare Google sul cellulare, quando mi trovo all’ingresso del Forte Poerio, parte del Campo Trincerato di Mestre, ai tempi degli Austriaci. Così affronto un sottopasso metropolitano, che starebbe bene a Los Angeles e che qui mi pare del tutto sproporzionato, mi inquieta anche un po’. Mi sorpassano tre ragazzini in mountain bike, che si sfidano a chi passa per la parte ciclabile e chi per quella delle macchine. Qualcuno grida a qualcun altro che è gay, a sproposito ma senza cattiveria. Sono molto metropolitani in questo paesaggio da Los Angeles mancata. Altra rotonda ancora, ma uso Google e prendo finalmente via Di Vittorio, oltrepasso via Bernini, e finalmente riconosco Valmarana, una frazione di Mira, sdraiata lungo una derivazione del Naviglio Brenta, con molte tracce del Settecento. Passato il ponte sul Naviglio arrivo finalmente al centro di Mira Porte: è già buio, perché sono passate le cinque. Per un pelo riesco a rinfrancarmi con un bicchiere di vino bianco, da 1 euro servito al tavolo esterno, prima che l’Osteria chiuda per il coprifuoco delle 18.00. Da qui, sulla SP11 prendo al volo un bus ACTV, che è in ritardo sull’orario, per mia fortuna.