FIRENZE ROTHKO
FIRENZE ANTIPATICA
Firenze non mi sta simpatica. Penso a lei come ad un forziere d’arte, che devo ogni volta sforzarmi di aprire perché il suo guscio non mi attrae. Dei miei molti giroli a Firenze ho pochissime foto: e questo vuol ben dire qualcosa. Della prima gita scolastica (1969) nessuna; del viaggio premio con la zia Filippa (1971), nessuna. Del passaggio universitario (1975), qualche scorcio del Duomo. Due diapositive del 1980, quando con la Ceta andammo a vedere i Bronzi di Riace restaurati a Firenze: dormivamo in una canadese, al camping di piazzale Michelangelo e mio cognato mi immortalò vicino al segno dell’acqua alta del 1966, pettinata come un paggio di Lippi.
Non ho foto della mostra su Mirò (1979) e su Klee (1981), ad Orsammichele; della mostra su Malevic al Medici Riccardi (1993). Il manifesto Separazione di Sera di Klee è stata la bandiera delle nostre case di giovani laureati, l’avevamo tutti/e. Le locandine di Malevic e Mirò sono ancora appese, nella casa di Dolo. E, Firenze rimaneva antipatica. Nel XXI secolo ci sono andata per lavoro: ho pochi scatti di Santa Maria del Fiore, cupolone del Brunelleschi, tarsie del Battistero, geometrie verdi e rosa del Campanile di Giotto. Mi accorgo che scelgo sempre le medesime inquadrature: a intervalli di 20 o 30 anni, nel mio obiettivo entra solo quello. Non riesco a trovare inquadrature soddisfacenti di Ponte Vecchio, se non per i canottieri sull’Arno dorato. Le strade lunghe lunghe diladdarno, che mi ricordano Ottone Rosai, in foto non mi dicono nulla. I Palazzi famosi, Medici Riccardi, Pitti, Strozzi, Ruccellai, Vecchio, Bargello, da fuori, proprio non mi piacciono. Agli Uffizi mi viene da stare un’ora di fronte a Paolo Uccello e ignorare tutto il resto. Mi piace tornare alle Giubbe Rosse e da Rivoire, ma non sopporto Via Tornabuoni, col suo luxury shopping newyorkese e il Mercato Vecchio col forte odore di cuoio. Non ricordo un luogo imperdibile dove mangiare, se non un Paolino Diladdarno degli anni Ottanta, dove per la prima volta sedemmo ad una tavolata condivisa, come al nord non si usava. Ricordo un unico albergo fuoriclasse dove mi ospitò il Ministero del Commercio estero -sopra l’Enoteca Pinchiorri- irripetibile per le mie tasche. Era il 2006 e tenni una relazione sugli esordi del turismo cinese in Italia: sostituivo il mio Presidente e qualcuno gli telefonò per congratularsi “la ragazza che hai mandato è bravissima”, gli dissero. Avevo 52 anni, lui 40, ed è indimenticabile per me, così come il terrazzo della mia suite (che era destinata al Presidente), da cui toccavo la facciata di Santa Croce. Ci sono stata tante volte a Firenze: ospite della mia amica Luisa che ha un terrazzo sui tetti di via de’ Servi, a Pitti Moda quando disegnai per Blumarine, con la mia collega Marina per Audis, con il Sindaco di Venezia alle riunioni di Anci sulla Riforma Del Rio; andando a San Giminiano, tornando da Baratti (Girolo Baratti). Eppure, Firenze, non mi ha mai presa.
ALLA SCOPERTA DI:
[…] Firenze, la città […] delle cupole arrotondate come un seno, dei palazzi chiusi come un viso che non sorride più.
MARGUERITE YOURCENAR, PELLEGRINA E STRANIERA, EINAUDI, 1990
ROTHKO
Era, dunque, ora di affrontarla come Girolona, di tornarci insieme a Stefano, e con il pretesto di Rothko: un altro che c’entra poco con Firenze (checché ne dicano) come Mirò, Malevic, Klee e i Bronzi di Riace. E succede quello che a volte succede: di essere smentita. Perché la esposizione delle 70 opere di Rothko al Palazzo Strozzi mi delude, per la solita questione delle troppe attese. Al contrario, quello che rivediamo di Firenze –Cappella Brancacci, Santa Maria Novella, Frate Angelico a San Marco– ci pare stupendissimo e comincio a migliorare il mio rapporto con questa città. Su Rothko non mi dilungo: i suoi lavori prima del 1948 ci fanno ringraziare l’illuminazione, che lo ha sottratto ad un mediocre simbolismo per regalarlo all’astratto dei campi di colore. A tal punto che mi chiedo se una virata artistica così radicale non sia stata effetto di qualche incontro illuminante, la frequentazione dei cenacoli newyorkesi e delle gallerie come quelle di Peggy (Guggenheim) e di Betty (Parsons), a fine anni Quaranta. Quanto esposto allo Strozzi, oltre a comporre una cronologia evolutiva di Rothko (sempre utile), non aggiunge nulla alla mia passione per l’artista e non mi emoziona quanto le singole tele che ho visto girolando. Ma veniamo all’effetto Rothko sulla mia antipatia per Firenze.
MASACCIO
Delusi da Rothko, è toccato alla Girolona imbastire all’impronta un girolo fiorentino che generasse empatia. Avevo intravisto un Chiostro dello Scalzo, vicinissimo al nostro hotel tre stelle: vi si conserva un ciclo (unico) di affreschi monocromi di Andrea del Sarto, col Franciabigio. In effetti, nel suo genere, è un gioiello: sito insospettabile, raccolto e prezioso, con una serie ben conservata di scene e figure in seppia, tracciate da mano generosa e felice, del primo Rinascimento. Da vedere. Ma, ci vuole qualcosa di ancora più forte, per andare in pari con la delusione: così decido di tornare -per la terza volta- alla Cappella Brancacci, un sicuro capolavoro. Non pensate che sia scema: Firenze non mi è simpatica, ma la sua dotazione di arte è fuori discussione. Ci si può tornare all’infinito, vedere cose mai viste (come il Sarto) e rivedere all’infinito le cose già viste. Entriamo alla Brancacci, nella Chiesa del Carmine che è in restauro. Masaccio, Masolino da Panicale e Filippino Lippi, sono invece restauratissimi e l’effetto della Cappella è potente (la mia ultima visita era prima del restauro, forse nel 2006). La presenza di Stefano mi guida ad essere meno veloce e superficiale: attenzione tutta meritata, che rende la gita a Firenze comunque riuscita. Per essere onesta, è un indiretto merito di Rothko, senza il quale non saremmo venuti. Giroliamo un po’ per le strade di Borgo San Frediano e passiamo qualche ponte sull’Arno (che non è dorato).
SANTA MARIA NOVELLA
Sempre Masaccio e sempre in restauro è la Trinità di Santa Maria Novella: la chiesa di fronte alla Stazione del treno, in un punto infelice di Firenze, al confine tra la sua parte storica artistica e quella di prima periferia. Riuscendo miracolosamente ad evitare mandrie di scolaresche in gita, entriamo nel compendio di questa Chiesa, che si rivela una cittadella, con chiostri dopo chiostri, gallerie espositive, cappelle e cappelloni zeppi di meraviglie. Masaccio si vede dalle impalcature del restauro, vicino come non mai: rivela dettagli speciali e decido che gli occhi di questo pittore, che credevo più primitivo, sono di una bellezza ineguagliabile. La Maria della Croce è anziana, addolorata e intensa, indica lo scempio che han fatto di suo figlio con una mano che dice ogni cosa. Padre e Figlio, non sfigurano. Ma, in questa chiesa ci sono cose che forse non avevo visto, per la troppa fretta. Una cappella Gondi, rinascimentale, dal colpo d’occhio folgorante, di Sangallo con un crocifisso di Brunelleschi, giusto per. E poi una Cappella Tornabuoni che non conoscevamo e ci ammalia, con una illustrazione ricchissima e sapiente di Domenico Ghirlandaio, in cui ci perdiamo. E poi una Cappella Strozzi e poi un Crocifisso di Giotto. Non bastasse, il percorso ci conduce nei chiostri, ed ecco il cosiddetto Cappellone Spagnolo di Andrea Bonaiuto, altra meraviglia a noi del tutto sconosciuta. E poi altri porticati, altri chiostri, decori sulle volte, decori marmorei in terra e prati discretamente fioriti con esili giovani cipressi, come nei dipinti ma veri.
SAN MARCO
Abbiamo ancora tempo, prima del nostro treno di ritorno. Ci diciamo che siamo stanchi, alla fine si cammina sempre molto nelle città, nei chiostri e nei musei. Siamo saturi di cose d’arte, c’è il rischio di sovrapporre. Ma siamo seduti in un bar proprio in Piazza San Marco, di fronte all’ingresso del Museo, dominio di Frate Angelico. E, per fortuna, facciamo lo sforzo di entrare. Il mio ricordo dell’Annunciazione, in cima allo scalone che porta al piano delle celle è sbiadito: invece, il dipinto è stato rinnovato di recente, come ogni altra opera del Beato. Direi che abbiano recuperato tutti gli affreschi delle celle, che un tempo restavano chiuse. E, poi, proprio nel 2025, hanno allestito una grande esposizione su Angelico (a Palazzo Strozzi) e adesso il piano terra di San Marco offre una galleria completa di questo autore, di luccicante bellezza: una girandola di colori vividi, di aureole raggianti, di dettagli mozzafiato. La Pala di San Marco, con le sue predelle, giganteggia, ma tutte le opere sono superbe e, nel loro sviluppo, compongono un’idea di questo artista diversa da quella che avevo (NON è affatto un minore!). Quello che veramente ci spiazza è la Sala del Capitolo dove il Beato si supera con una Crocifissione gloriosa: cavalli degni di Paolo Uccello, coorti di dame e cavalieri degne di Altichiero (Girolo Padova), teorie di Santi e Sante degni di Giotto, volti bellissimi e occhi magnetici, indimenticabili. Sia io che Stefano datavamo Frate Angelico qualche decina di anni prima del dovuto (più primitivo), invece siamo nel fulgore del Quattrocento e si vede. Nel percorso del piano terra, merita l’Ultima Cena di Ghirlandaio, con una balconata piena di uccelli e un pavone di rara eleganza, degno di Mantegna (Girolo Mantova). Voglio annotare che nelle celle di San Marco sono state esposte alcune piccole tele di Rothko e il girolo si chiude: siccome sostengono che l’artista lettone sia stato folgorato dall’incontro con le atmosfere fiorentine (!!), nelle celle, vicino alle crocifissioni del Beato (tutte pregevoli), vediamo qualche tela astratta. Io, sinceramente, non colgo. Invece, in alcuni lavori dell’Angelico (non nelle celle, ma nel Museo), noto alcune pennellate astratte del tutto incongrue rispetto al minuzioso decorativismo, gotico-rinascimentale, di vesti e tappeti. Fotografo due formelle abbozzate da Angelico che mai mi verrebbe da attribuire ad un maestro del quattrocento fiorentino. Semmai ad un neo-astrattista del novecento newyorkese (!!). In ogni caso, la mia empatia con Firenze è sbocciata, in questo girolo con Stefano, e potrebbe persino fiorire. Merito di Rothko, alla fine.
