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CHINA WORLD

Se mi chiedete “sei stata in Cina?”, mi viene da rispondere NO. Non credo che la Cina sia quello che ho visto a Shanghai, l’anno dell’EXPO, a Canton un giorno e una notte, a Beijing due volte, nel 2004 e nel 2010. Queste enormi città, capitali globali, milioni di abitanti, NON sono la Cina: un immenso mosaico di regioni, tipi somatici, modi costruttivi, etnie, tradizioni e paesaggi diversi, come il giorno dalla notte. Mi piacerebbe andare in Cina, girolare: stare, acclimatarsi, cercare di capire Qualcosa. Nel 2019 mio fratello Mau mi ha suggerito il libro La Frontiera di Erika Flatland, la quale compie un viaggio attorno alla Russia e tocca città Cinesi (Urumqi, Ulan Bator, Dalian, Harbin e Pechino) e conforta la mia tesi, di un Paese immenso, con tante diversità. Insomma, metto le mani avanti: sono stata due volte a Beijing Pechino, l’ho girolata per quanto possibile ad una turista europea, che per di più era là per lavoro, con Delegazioni ufficiali. Girolare una città cinese non è paragonabile a nulla di abituale: la prima cosa che vi spaesa, è la DIMENSIONE. Guardando una mappa (cartacea!), a Beijing, piena di ideogrammi rossi, si ha la sensazione di non potercela fare. Nel 2004 alloggiavo al China World, l’albergo più sfacciatamente lussuoso in cui ho dormito, costava centinaia di dollari a notte. La doccia aveva la metratura di una grande sala da bagno e una nicchia con un vaso in porcellana dorata, alto 60 centimetri. Per dire. Tutto  intorno al China, in quel quartiere del commercio internazionale (forse Guomao), era un cantiere a perdita d’occhio: nel 2010 lo stesso. Non so se poi abbiano smesso, se una bolla speculativa li abbia fermati. Dalle finestre del China, vedevo edifici nuovi, nuovissimi, spesso vuoti, uno incenerito prima di essere terminato, di fianco all’arco della Televisione, la CCTV. Mirror wall, ardite inclinazioni, sbalzi da far impallidire qualunque cluster Europeo o USA; forse solo Dubai teneva testa. Se andate a vedere il sito dell’hotel China, dalle finestre delle camere vedrete quello che dico. Sfuggendo alla Delegazione, nel 2010, mi sono spinta fino alla zona delle Olimpiadi 2008, tra il 4° e il 5° ring urbano, a vedere il Bird Nest, di Herzog e de Meuron. Lo Stadio dove hanno inaugurato le Invernali del 2022. È vedendo la Cerimonia di Apertura, che la mia memoria visiva si è smossa: ho ritrovato Il Nido, ma anche altre suggestioni pechinesi; i bastoncini luminosi dei Templi (mimati dai led), i decori di porcellana bianca e blu (sulle tute), la bandiera rossa con le stelline gialle e un mare di bambini. Mi sono tornati in mente i pattinatori sul ghiaccio, col loro coach: dal 2004 ad oggi (18 anni), potrebbero essere nella Squadra Olimpica.

ALLA SCOPERTA DI:

IMMENSI CONTRASTI

A proposito di immense dimensioni, per raggiungere la Tian’anmen dal China World sono salita su un bus, a caso: andava in quella direzione, avrei dovuto superare due ring urbani, 5 o 6 chilometri. Benché avesse la TV a bordo (segno di innovazione), il bus era caotico e non un’anima viva capiva dove volevo andare o mi diceva quanti reminbi costasse: misero le mani nel borsellino e mi contarono le monete giuste da dare all’autista. Sono tornata in hotel a piedi (la Delegazione non ci voleva credere): una marea di appartamenti quasi nuovi, come un dignitoso sobborgo europeo: nei giardini una marea di persone anziane facevano ginnastica, in gruppo o giocavano a ping pong. Una marea di traffico ai semafori, tra viali a 2 e 4 corsie, che si perdevano all’orizzonte, sempre velato dallo smog. Nei giroli successivi, siccome costavano davvero poco, mi sono rassegnata ai taxi, con grande sollievo della Delegazione che temeva mi perdessi, nell’immensità pechinese. Negli hotel ti forniscono di numerose card con l’indirizzo in ideogrammi, da dare al taxista: non c’è (c’era) altro modo di spiegarsi e tornando dallo Stadio ho temuto più volte che finissimo altrove. Controllavo la skyline con grande attenzione, come se ormai mi fosse familiare, e potessi orientarmi a Pechino! La Tian’anmen, sui cui lati stanno la Città Proibita (che non ho visto) e il Museo Nazionale dove allestivano una Esposizione su I mestieri della Moda a Venezia, è immensa; lì “intorno” ho girolato tra i vecchi e famosi Hu-tong, il Mercato delle Perle, il nuovo Teatro Nazionale di Paul Andreu. Invece, il Tempio buddista Lama Yonghe Gong era vicino al China World. È questa la seconda cifra di Beijing: le immense contraddizioni, tra antico e nuovissimo, con in mezzo il periodo Maoista, che ha eliminato quasi tutto di “prima” e lasciato di sé tante brutture. Sulle contraddizioni, che non sono in grado di raccontare, vi lascio nelle mani dei libri: l’avvincente romanzo Wild Swans di Jung Chan (revisionista??); i libri di Renata Pisu e Tiziano Terzani; i saggi di Federico Rampini. Su quello che ho visto, vi propongo il contrasto tra l’edificio bellissimo di Paul Andreu, un uovo in titanio, sensazionale fuori e maestoso all’interno, il Tempio Buddista e i vicoli prerivoluzionari. Alcuni di loro sono rimasti, senza restauri, senza demolizioni, coi loro cortili interni caotici (i siheyuan), i tetti ad altezza di braccio, le attività commerciali ovunque, dentro le case e sui marciapiedi. Io non ho inibizioni igieniche, ma un parrucchiere, una zuppa di gamberi o un semplice mestolo di tè, negli hu-tong di Pechino, li ho evitati. Ne esisteva già (2004) qualcuno rimesso a posto per i turisti, come nella Liuli Chang Dong Jie, ma la maggior parte era ancora normale, impreparata alle visite occidentali. La sporcizia cinese, smette di essere retorica un po’ razzista: la tocchi con mano, naso e corpo, anche se non la giudichi. 

USI E CONSUMI

Farò inorridire molti/e e sarò politicamente scorretta: i cinesi che si muovevano negli hu-tong, si soffiavano il naso nelle mani e rilasciavano l’espettorato camminando, dove capita. Si tratta di fare attenzione, un quasi-slalom, attenti a vedere e prevedere, scansare. In mezzo allo sporco e all’insalubre c’è un mondo diverso e lontanissimo da noi, qualcosa ci respinge e ne facciamo volentieri a meno; ma qualcosa mi interessa. Non posso non notare le donne spazzino che indossano igieniche mascherine. Ci sono biciclette degli spazzini e scope, di saggina o di straccio, dappertutto. Polvere per carità, ma muco anche sì. E poi c’è il giardiniere che mantiene la foggia delle aiole, come se rifinisse i capelli ad una indossatrice, con tutta la flemma del mondo. Sono flemmatici anche i cittadini degli hu-tong e dei siheyuan, tutti con le loro scarpe di tessuto, quelle della Lunga Marcia di Mao. Il brulichio flemmatico è un’altra contraddizione cinese. Nella Liuli Chang Dong Jie, è vero quello che scrive Terzani, c’è qualcosa di un po’ troppo riforbito, qualche targa per turisti, qualche negozio di souvenir e qualche tocco di fasullo, lacca dorata rifatta l’altro ieri. Niente di hollywoodiano, però.

La via Liuli Chang nel 1981 è stata rasa al suolo e al suo posto sta sorgendo una sorta di “vecchia Pechino” stile hollywoodiano a uso dei turisti” 

TIZIANO TERZANI 1998

Il Turista, vecchia storia,  non è antropologo, vorrebbe trovare il colore locale sanificato, ma com’era e dov’era, autentico (impossibile). Anche l’Inquinamento ambientale, a Pechino, è immenso. Nonostante la percezione di vero pericolo l’abbia avuta soltanto quando ai semafori si metteva in movimento l’esercito di ciclisti, credo che l’aria della Capitale (di Shanghai e di Canton) sia mefitica e lo resterà a lungo. Altra questione che non so trattare, ovviamente. Se penso alla fiumana di biciclette, ecco che trovo un altro legame con la Cerimonia delle Olimpiadi 2022: la massa. Non voglio fare retorica, ma la dimensione cinese si manifesta anche in questo ondeggiare massivo, un gesto viene immediatamente moltiplicato, come la ginnastica nei giardini condominiali. Sarà perché sono miliardi di persone, sarà per la disciplina militare, sarà che una cosa chiama l’altra: come è possibile governare spazi e anime innumerevoli, senza ordine collettivo? Quando alle Cene Ufficiali (c’è Marzano, Ministro di Berlusconi) vengono scambiati i doni (un’edizione rara del Milione di Marco Polo portata da Venezia) la fila di flessuose cinesi in rosso e oro, con vassoi di seta rossa in foggia di bouquet, ondeggia quasi massivamente: saranno una ventina, ma potrebbero essere mille. Vi devo dire che sono rimasta stupita da alcune/i cinesi molto belle/i, con gli occhi orientali (ovvio) ma non da Buddha, di statura e zigomi alti (meno ovvio), più simili a nobili tartari/e che a Mao. Ritorna la mia percezione che in un Paese tanto vasto, infiniti pixel si ricompongano continuamente, in un disegno che non può essere stereotipo. A proposito di immagini cinesi, devo citarvi il film di Michelangelo Antonioni, del 1972 (mezzo secolo fa), per la RAI: un capolavoro, imperdibile e che spiega più di mille parole (esiste anche un libro di Einaudi, Chung Kuo, da leggere). Potete vedervi 4 ore di meraviglia, su RAIPLAY.

La tavola è ricca e fantasiosa, ogni provincia è orgogliosa delle sue mille specialità diverse. Spaghetti e fettuccine autentiche: non è facile accettare l’idea che i cinesi abbiano inventato tutto, anche le fettuccine.

M. ANTONIONI, 1974

CIBO CINESE?!

Quanto alla ristorazione cinese, il mio girolo del 2004, ha abbattuto bruscamente l’idea che in Italia si mangi cinese. Primo, perché la Cina è un mondo e nel Sichuan mangiano diverso che nello Yunnan, o nello Shang Dong. Tornando nel 2010 e girolando a Shanghai, questa idea mi si è completamente annichilita e la riassumerei così: i nostri ristoranti cinesi sono un fast-food di qualche ricetta Cantonese. Sono andata a riprendere un Penguin Chinese Cook Book del 1977 e ho trovato l’anatra laccata alla Pechinese, mangiata da Mister Li a Pechino, una esperienza. Viene portata in tavola soltanto la pelle, una assoluta prelibatezza croccante; va mangiata avvolta nei pancakes mandarini, sottili come un tessuto, caldo-umidi, con i fiori primaverili delle cipolle come guarnizione. Ho mangiato melanzane che un calabrese troverebbe troppo piccanti; varietà di ravioli che nemmeno Giovanni Rana. Le fettuccine, condite in cento varianti, lascerebbero di stucco i teorici della pasta napoletana come destino dei sughi. E quando una cultura gastronomica può stupire una Italiana, be’, ci sa fare. Da Mister Li, lungo il ring n.3 di Beijing pare siano passati tutti, da Mao a John Lennon, fino a Berlusconi, per dire. Ho imparato che le Delegazioni hanno informazioni garantite sui locali da frequentare, perché gli ambasciatori e forse i Servizi, su questi temi non scherzano. Mister Li (già vecchissimo nel 2004) e la sua giovane pronipote si davano un gran daffare, comparendo e scomparendo dietro una tenda, installata nei Sessanta e forse mai sostituita. Vi ho già raccontato della mania di andare in Cina a comperare Moda: cioè le griffe europee a pochi soldi (Girolo Sarde a Pisa). Femmine e maschi delle Delegazioni si impegnavano a contrattare su prezzi già stracciati delle borse di Gucci, a trovare il Sarto che copiava alla perfezione i completi di Armani, con seta quasi regalata, un capo indistinguibile dal vero, a meno di 100 euro. Viaggiando con le Delegazioni, avevo dovuto prevedere almeno una tenuta da sera, formal attire (per la Serata Veneziana al Peninsula Palace, altro hotel cinque stelle di Guomao): mi ero fatta prestare dalla Egle (la mamma di Stefano) uno dei costumi che confezionava per il Carnevale Veneziano, un Charleston con frange, di mille e mille perline ondeggianti, color acquamarina. Approfittai del Mercato della Seta, 8 minuti a piedi, dal China World, scoperto dopo la visita al Tempio Lama: trovai un paio di scarpe col tacco alto, color acquamarina, ricamate con le perline; 5 euro, senza contrattare. Erano dure come il cartone, e, infatti dovetti toglierle, dopo la Serata Veneziana al Peninsula, quando andai in discoteca con gli attaché dell’Ambasciata. Tornai in taxi e le ho lasciate in Cina.