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ATENE

Non è una delle capitali europee più gettonate, Atene. Quando si dice Grecia, si pensa subito alle isole: Mykonos, Santorini, Naxos, Samos, Patmos, Sporadi, Cicladi, Ionie, e poi Creta, Corfù, Rodi. Semmai, se proprio devi fare uno stop over con l’aereo, ad Atene stai il tempo necessario a vedere “quello che c’è da vedere”, cioè il Partenone. Volete che una Girolona bastian cuntrari non abbia scelto per il primo viaggio in Grecia della vita (tardissimo, passati i 50 anni), proprio Atene? Certo che sì. Quindi: hotel in città (dimenticabile, né bello né brutto, economico), Inverno, noleggio di un’auto per ignorare il Capodanno (vi ricordate il Girolo: Sarde a Pisa?) e girolare nella notte dalle parti di Nauplia, fuori da ogni tentazione festaiola. Non abbiamo fatto apposta a dimenticarci i Passaporti nell’hotel di Nauplia, per tornare a prenderli, quasi arrivati ad Atene e poi tornare ad Atene nel nostro hotel “niente di memorabile” dove avevamo lasciato i bagagli. Così, senza volere, abbiamo visto i fuochi, sull’Acropoli, dalla giusta distanza, spettacolari.

ALLA SCOPERTA DI:

LE RAGAZZE DELL’ERETTEO E I RAGAZZI DI SYNTAGMA

Sarò onesta e dirò che l’Acropoli è effettivamente imperdibile e se avete poche ore ad Atene, andate subito e solo lassù. Per una come me, intrisa di formazione grecista e che è affetta da Sindrome di Stendhal (quella che vi fa stare male davanti alla bellezza artistica), le ragazze dell’Eretteo sono un colpo al cuore. Anche se le avete viste in mille riproduzioni e anche se loro stesse, quelle che stanno lì sulla cima della cima, sono una copia (quelle vere stanno al riparo, nel Museo). Belle, belle e belle. Il Sito è emozionante, come la Valle dei Templi di Agrigento e come i Templi di Paestum. Anche se per avere un’emozione completa del Partenone dovrete poi andare a Londra, per via delle Metope e in altri musei d’Europa che si sono arricchiti con pezzi greci. Il Museo Archeologico di Atene era chiuso per prepararsi alle Olimpiadi (2004) e l’ho visto solo l’anno dopo, da sola, quando ho dormito una notte ad Atene (in un hotel molto raccomandabile), andando ad insegnare all’Università della Tessaglia (Girolo Volos e il Pelio, Grecia 2).  Ho fatto lo stop-over da vera turista. 

Nel nostro Girolo ateniese, Stefano ed io, abbiamo visto due collezioni strepitose: la Collezione Benaki (un banchiere mecenate) e il Museo dell’Arte Cicladica (le statue primitive senza volto che io adoro). Si trovano nella parte moderna della capitale, oltre Piazza Syntagma: quella dove ci sono i soldati con gonnellino bianco e i pon pon neri che fanno il cambio della Guardia. Nel 2005, ho passato almeno un’ora attorno all’Altare della Patria e ho fatto un reportage al limite dell’arresto, visto che si tratta di Militari. Anche nella parte bassa di Atene, non solo sull’Acropoli, ci sono diversi siti archeologici, piuttosto belli: davanti all’hotel avevamo un prato con resti dell’Olympeion (colonne) e, di lato, un odeon (di Erode Attico?) con bellissimi sedili di marmo, scalinate e scena in marmo, pavimenti musivi. Forse per la dovizia di reperti, forse perché la Grecia moderna non è affatto ricca, i resti sono lasciati lì, più o meno abbandonati, incustoditi e poco segnalati: ci capitate addosso, dentro e sopra, anche se non volete. Come alla statua modernissima di Melina Mercuri. 

ANAFIOTIKA E PLAKA

Scendendo dall’Acropoli, per stradine ripide, attraversate quello che si chiama “dedalo di viuzze”, termine che qui ha più senso che altrove, e sarebbe bene avere le ali ai piedi, come il messaggero degli dei, per evitare capitomboli. Nella foto ad Anafikiota io indosso il maglione di Manos del Uruguay, color zucca, comperato nel Girolo Uruguay. L’edilizia è un gran mesclùn da paese mediterraneo, non troppo curata, talvolta pittoresca, desolata o colorata, a seconda. Ci sono tante terrazzette piatte, tanti gatti e latte arrugginite con dentro le piante, seggiole blu come nelle cartoline delle Isole, sacchi di materiali edili per restauri che forse non cominceranno mai o nuovi edifici che forse mai finiranno. Una Atene pittoresca, decisamente diversa dalla città spalmata tutto intorno all’Acropoli e che sembra infinita. Non è bella la visione di Atene, a 360°: sembra una minestra di miglio lessato, sparsa in una ciotola foderata di foglie verdi; alternativamente sembra il fondo del vaso dei biscotti, pieno di briciole e pezzi rotti. Dipende da come ci batte sopra il sole e se prevalgono i tetti a terrazza, oppure quelli di tegole; è edilizia anonima, quasi mai colorata e la luce mediterranea la rende vagamente perlacea o biscottata. Nel 2004 non avevo ancora l’abitudine di salire sul primo tram o bus che passa e andare fino al capolinea, di solito in estrema periferia: non mi sarebbe nemmeno venuta la voglia, di arrivare dove finivano il miglio e i biscotti.

Quando abbiamo preso l’auto a noleggio per  andare nel Peloponneso, le periferie che abbiamo attraversato ci sono bastate, per non avere altre curiosità. Abbiamo anche visitato un Polo Tecnologico in un vecchio Gasometro, Gazi, recupero ammirevole, uguale a moltissimi altri che in quegli anni si stavano facendo, con l’aiuto dei soldi UE. Nella Atene bassa, quella che di solito si ignora fatto salvo qualche acquisto di sandali come quelli dei Beatles, abbiamo passato più di qualche ora e abbiamo sempre consumato pasti, merende, colazioni, aperitivi. Sono passati troppi anni perché io possa darvi indirizzi credibili (anche Stavros Melissinos il poeta dei sandali è morto, avrà avuto gli anni di Omero). Vi dico solo due posti che spero tanto ci siano ancora e dove siamo tornati ogni giorno: la Bottiglieria Brettos (pronunciato Vretto) e il caffè Olimpia nella Piazza della bella Chiesa Bizantina di Mikri Mitropoli. Brettos era nel 2004 assolutamente “originale”, senza restauri e senza malizie accattivanti: una bottiglieria di Ouzo (che produceva), “normale”, frequentata da clienti “normali”, pochi i turisti che ci arrivavano per caso. L’anziano ateniese che ci servì al banco due bicchieri di Ouzo era un capolavoro, brusco, non intendeva altra lingua che il greco e non compiaceva alcun altro acquisto, incluse le meravigliose produzioni Marca Brettos esposte sulle mensole, tutto intorno. La vera meraviglia era l’illuminazione dietro gli scaffali, da terra al soffitto (molto alto), dietro le bottiglie, che assumevano una trasparenza magica e l’intera cantina (perché di questo si trattava) diventava un caleidoscopio. Anche questo termine, così greco, era perfetto. Anzi forse è nato da Brettos.

Ogni sera aperitivo da Brettos e ogni mattina colazione nella Pasticceria della Piazza Metropoli, non lontano. Niente di ugualmente magico, ma una atmosfera levantina: né elegante, né posticcia, vagamente d’antan. Forse la frequentavano ateniesi di una certa età (oltre i 50) e di un certo ceto sociale e culturale (professori e burocrati). Abbiamo preso anche qualche tè del pomeriggio e qualche vino caldo, perché vabbè il Mediterraneo, ma era Natale. Le strade dove c’è Brettos (e dove c’era Melissinos) sono quelle del Mercato vecchio di Atene e delle botteghe “originarie”, anche se l’effetto turismo era già molto pregnante, soprattutto sulle trattorie e anche sui souvenir o gli oggetti di uso comune, che stavano diventandolo: recipienti di rame, borse di cuoio, tappeti. Per non dire dei sandali, dei maglioni di lana grezza e delle sciarpe. Non oso pensare cosa possa essere quella zona di Atene, quasi 20 anni dopo. Io comperai due magnifiche sciarpe ricamate, nella città nuova, in un negozio di tappeti che aveva in vetrina due stuoini con le bandiere di Afghanistan e USA, proponendo un messaggio pacifico. Dopo 15 anni, le sciarpe di Atene, sono diventate una coperta da divano. Panta rei ou potamos, dice Eraclito: tutto scorre nel fiume, nulla si distrugge, tutto si ricrea. Alla faccia della resilienza che sembra inventata l’altro ieri, per una moda ecologista. Con la borsa greca, ricamata a mano, che era stata elemento distintivo del mio outfit da liceale barricadera, avevo già cucito una borsa diversa, meno “cenciaiola” ma comunque etnica.

La vera meraviglia era l’illuminazione dietro gli scaffali, da terra al soffitto, dietro le bottiglie, che assumevano una trasparenza magica e l’intera cantina diventava un caleidoscopio.

NAUPLIA MICENE EPIDAURO E MISTRAS  

Lasciamo i nostri bagagli all’hotel di Atene e andiamo in auto nel Peloponneso: per vedere Micene, la tomba degli Atridi e il Teatro di Epidauro, toccata e fuga dei luoghi tanto studiati al Liceo. Emozione di vederli dal vero. Una serata tranquilla, il 30 di dicembre, nella città normale di Nauplia. Se viaggiamo per tornare ad Atene il 31, eviteremo qualunque ipotesi di festeggiamento, come da tradizione. Gli dei ci vengono in aiuto, facendoci fare tre volte il tragitto, perché entrando ad Atene la prima volta, ci accorgiamo che ci mancano i Passaporti e torniamo a Nauplia e, trovati i Passaporti, rientriamo ad Atene. Non so chi sia la Divinità che presiede ai NON-capodanno. In questi giroli, non riesco a ricollocare il sito Bizantino molto bello, di cui ci sono le fotografie. La memoria tecnica mi ricorda che c’era un Monastero strano: delle monache che sembrano contadine, abitano in un villaggio minuscolo, bianco; hanno cortili con le latte piene di piante odorose e i gatti che dormono al sole. Le Chiese e le Cappelle sono tipiche dello stile bizantino (ne è piena Salonicco), qualcuna è affrescata in modo rustico, qualcuna oggetto di imponenti restauri. Forse il sito è Mistras, a giudicare dalle immagini della Guida che ho comperato al ritorno e combaciano con le mie. Quindi, oltre ai luoghi dei miei studi liceali, abbiamo visitato un luogo sconosciuto, disertando Delfi, Sparta e l’antica Corinto. Strana scelta, ma è stato come “fare manca”, non seguire le regole. Tornati ad Atene, giroliamo ancora in città, a Plaka, Monastiraki e Kolonaki: ormai ci sembra di essere a casa. L’ultima domenica andiamo al Pireo, c’è un Mercato delle Pulci (boh!) e il sole sui tavolini all’aperto, guardando le migliaia di imbarcazioni, di ogni tipo e dimensione: color miglio i condomini, color miglio le barche da turismo, in un mesclùn di nuovo e malandato, ricco e misero, pretenzioso e sciatto. Anche il Pireo non è “bello”, ma ha il fascino della confusione urbana “normale”, mediterranea: certi negozi, cafè, ouzerie, tabernae sono così malmessi da non sembrare Europa. C’è un locale che vende souvlaki, cotti sulla strada, con una gamma di vecchie sedie impareggiabile, sembra un rigattiere. Ad Atene torno volentieri, l’estate del 2005 Girolo Volos e Pelio, Grecia 2.